Alle undici ore la luna passò il meridiano, crebbe la burrasca, ed a mezzanotte era più orribile che mai. Malgrado la luna, ci trovavamo tra le più dense tenebre; montagne di flutti ne coprivano di quando in quando, e la pioggia, e la grandine alternavano col furore del mare. I lampi illuminavano questa scena d'orrore, ma non si udiva il fracasso del tuono, reso nullo da quello delle onde somigliante al ruggito di mille lioni e tori; e per colmo di sventura il bastimento, in tale estremità era, per così dire, abbandonato dal capitano e dall'equipaggio!... Io mi trovavo affatto debole, ed omai fuori d'ogni speranza di salvezza: ma la considerazione che vent'anni di vita più o meno passano come un sogno, ed alcune altre riflessioni calmarono il mio spirito; e rimasi alcun tempo aspettando tranquillamente il fatale istante.

La burrasca continuava colla medesima forza. Vidi più volte cadermi il fulmine vicino, e parvemi ancora di averlo altra volta osservato guizzar dal mare verso le nubi. Ottenni intanto di risvegliare il secondo ed alcuni marinaj, i quali cominciarono a pompar acqua, mentre il secondo ch'era un uomo colossale, preso il timone, cercava di presentar la prora alle onde: queste due operazioni furono assai utili. Finalmente alle due ore dopo la mezzanotte vidi innanzi alla prora risplendere una fiamma che parvemi avesse tre piedi di diametro; ma perchè non potevo calcolarne la distanza non mi fu possibile di conoscerne l'effettiva grandezza. La sua esplosione si eseguì senza lampo e senza apparente movimento; la sua luce brillante come il sole durò tre in quattro secondi. La figura di questa meteora parvemi quella d'un sacco che si vuota, e di cui si svolge la tela. Turchino e rossastro fu l'ultimo raggio di luce.

Lo sparire della meteora fu seguito da un orribile colpo di mare, di vento, di grandine, che durò fino alle tre ore. Allora la tempesta cominciò a scemarsi quantunque fosse ancora assai violenta fin dopo il levarsi del sole; continuando a mantenersi tutto il giorno il vento N. O., e l'onda grandissima.

Il cinque di marzo poi ch'ebbi osservata la mia posizione, il capitano decise che non potevasi arrivare ad Alessandria; e risolse di passare a Cipro. Diressi perciò la nave a quella volta, ed in tre giorni di navigazione con venti sempre furiosi, ed il mare grossissimo, si diede fondo nella rada di Limmassol nell'isola di Cipro il 7 marzo 1806.

Come potrei io descrivere il miserabile stato del nostro bastimento? Tutte le vele squarciate, e senza averne di cambio; il corpo faceva acqua in ogni lato a segno che le pompe dovevano sempre essere in azione; tutte le genti ammalate; venti che sembravano prossimi a spirare: uno era morto il giorno 4, ed il suo corpo era stato gettato in mare, un altro morì il giorno che si prese porto, due altri erano agonizzanti, e due impazziti. Gli uomini dell'equipaggio ajutandosi a vicenda per iscendere a terra fuggirono tutti lasciando il capitano a bordo con tre o quattro marinaj turchi. Tutti ci affrettammo di sbarcare. Gli abitanti in vista dell'infelice stato del bastimento, se ne allontanarono: niuno voleva montare a bordo; e fu duopo che il governatore della città ordinasse ad alcuni calafattaj di chiudere almeno le principali aperture del carcasso per salvar la nave, che faceva temere di colare ben tosto al fondo.

Si pretese che la cattiva acqua dell'isola Sapienza avesse pregiudicata la salute della nostra gente, e che il vapore di alcuni quintali di zafferano avesse viziata l'aria del bastimento: ma il peggio di tutto fu, che in molti giorni che fummo agitati dalle burrasche, furonvi sempre più d'ottanta persone chiuse sotto senza la menoma apertura per respirare: tutti eravamo tristi ed abbattuti non avendo altro che pochi cibi freddi, e gli escrementi di tante persone gettate in fondo alla cala. Da ciò è facile l'immaginarsi lo stato di quegl'infelici. Rispetto a me, fortunatamente la camera di poppa ov'io ero solo, non aveva comunicazione colla sotto coperta.

Allorchè sbarcai a Limassol mi si presentarono alcuni Turchi e Greci; ai quali avendo chiesto un alloggio, mi condussero in una bella casa, di cui ne presi possesso coi miei domestici. In seguito venne ad offrirmi i suoi servigi il governatore turco che è un agà, e spedì due scialuppe con un ufficiale per isbarcare i miei effetti, che alla dogana non furono visitati. In ogni cosa fui trattato con quella delicatezza che avrei potuto desiderare nella più cortese città d'Europa.

Colui che qui aveva cura de' miei affari era il più ricco greco, Dometrio Francondi, allora vice console d'Inghilterra, e di Russia, e console di Napoli: parlava assai bene l'italiano, ed era egualmente rispettato dai greci, e dai turchi.

Era alloggiato in sua casa un inglese chiamato il sig. Rich, che risiedeva al Cairo, come egli diceva, per amministrarvi gli affari della compagnia delle Indie. Questo giovane preveniente che parlava senza stento il turco, ed il persiano, ed aveva adottati gli usi e le costumanze mussulmane mi accompagnava spesso a pranzo, e parlavami sempre con entusiasmo di Mamlouk Ali-Bey.

Trovavasi pure presso il sig. Francondi un eunuco nero, ch'era uno dei quattro capi del serraglio del Gran Signore: chiamavasi Lala, e si recava alla guardia del sepolcro del Profeta a Medina. Allorchè arrivò a Limassol rimase mortalmemte ferito da alcuni soldati, che avevano attaccato uno de' suoi domestici; e questo uomo dotato del più dolce carattere che mai possa immaginarsi, perì vittima di tale accidente.