CAPITOLO XXV.
Viaggio a Citera. — Ruine del palazzo della regina. — Osservazioni intorno alla loro origine. — Ritorno a Nicosia. — Viaggio ad Idalia. — Larnaca. — Ritorno a Limassol.
Partii da Nicosia il giorno tre di aprile alle otto del mattino prendendo la direzione di N. E. per andare a Citera: alle nove attraversava un villaggio detto Diamiglia; e dopo tre quarti d'ora ero giunto al termine del mio viaggio. La vasta pianura di Nicosia stendesi fin presso a Citera posta in mezzo a collinette d'argilla. Quanto riscalderebbesi un'immaginazione poetica all'aspetto di questi luoghi consacrati un tempo alla madre d'amore!... A Limassol aveva trovato il sig. Rook viaggiatore inglese, il quale avendo visitato Citera, mi disse che la sua immaginazione aveva supplito al difetto della realtà, e ch'erasi figurata innanzi agli occhi la Dea circondata dalla sua corte. Il mio capo mal proprio alle illusioni non seppe presentarmi immagini opposte a quelle che ricevono dai sensi. Le Ninfe, le Grazie, gli Amori non vollero abbellire a' miei occhi l'aspetto della povera Citera, ch'io non seppi rassomigliare che al più misero casale del contado Venosino, o della Limagna dell'Alvernia. Citera non è infatti che un piccolo quartiere di forma irregolare coperto di orti, e di gelsi sopra lo spazio d'una lega dal nord al sud, e d'un quarto di lega da levante a ponente.
Questo piccolo villaggio deve la sua esistenza ad un'abbondante fontana, che dividendosi in due ruscelli bagna il piano di una valle formata da colline affatto nude d'argilla pura, che giammai non hanno potuto rendersi fertili. Vedonsi in questa valle qua e là sparse diverse case, ed alcuni mulini che provvedono Nicosia di farine. Il terreno non è di sua natura fertile, ma la rarità dell'acqua in tutta l'isola fa sì, che non si trascurino i mezzi d'innaffiamento; e questa valle è ben coltivata dovunque può essere irrigata. Sonovi molti orti, e molti gelsi, e questi non isolati gli uni dagli altri come costumasi in Europa, ma per l'opposto fitti in modo da formare una densa macchia che direbbesi un vivajo, tanto le pianticelle sono piccole e sottili. Pretendesi che con tal metodo producano maggior abbondanza di foglie; ed inoltre si ha l'avvantaggio di poterle spogliare stando in terra.
Citera presenta dunque una foresta di gelsi per i bachi da seta, alcuni carrubi, ulivi, alberi fruttiferi, ed erbaggi nel fondo di una valle, che per lo stagnamento dell'aria, il riverbero delle colline, e la vicinanza di una catena di montagne vulcaniche al nord, deve essere in estate un soggiorno infernale. Pure gli abitanti vogliono che il caldo siavi moderato; ma perchè l'uomo è un animale che s'avvezza a tutti i climi, devesi piuttosto dar fede alla sua posizione topografica, che a tutte le loro asserzioni.
Io non aveva in questo viaggio altri compagni che un domestico, ed il dottor Brunoni che facevami da interprete e da Cicerone. Fummo per ordine dell'Arcivescovo alloggiati in casa del parroco, che era un ottimo vecchio. Desideravo di vedere qualcuna delle donne che hanno così universale opinione di bellezza, ma tanto nelle case, che nelle strade non vidi che donne al disotto della mediocrità. Pretendeva il mio dottore non esservene di veramente belle, ma che sono le più scostumate dell'isola, e sono spesso cagione di procedure innanzi ai magistrati di Nicosia. Non è inverosimile che il calore del clima, la separazione delle case, le fitte macchie di gelsi, e la frequente assenza dei mariti, che vanno al mercato della città, siano cagioni della loro dissolutezza, o non la rendano, se non altro, più facile.
Assicurasi che l'antica Citera era posta sopra una piccola altura alla distanza di un miglio. Io non crederò mai che colà vi potesse essere un giardino; o almeno non vedesene traccia. Ma noi dobbiamo descrivere assai più interessanti oggetti. Partendo da Nicosia fui prevenuto, che tornando da Citera, potevo visitare le ruine del palazzo della Regina: ma ciò mi fu detto con certa quale non curanza, siccome di cosa di non molto rilievo. Il dottore m'avea strada facendo indicato il luogo di queste ruine sopra la più elevata sommità delle montagne poste al nord di Nicosia. Credetti, osservandole col cannocchiale, vedervi oggetti degni della mia curiosità; onde mi proposi di visitarle nel ritorno da Citera. Dalla casa del parroco in cui eravamo alloggiati, vedesi di fianco la montagna del palazzo della Regina. Congedatomi dopo il pranzo dal nostro ospite, partimmo per vedere la fonte che bagna Citera. Ai piedi delle colline argillose che sono al sud d'una catena di montagne basaltiche, l'acqua sorge in abbondanza da cinque luoghi, ed in minore quantità da molti altri, e forma ben tosto un piccolo fiume. È trasparente, leggiera, perfettamente pura, e freddissima, per quanto mi fu detto in estate; lo che prova derivare da profondo deposito posto nelle montagne, e non mai nelle colline d'argilla. Credono gli abitanti che abbia origine nei monti della Caramania continentale, e si faccia strada per di sotto al mare. Nè ciò sarebbe, rigorosamente parlando, impossibile; ma è ben più probabile che provenga dalle montagne basaltiche dell'isola, facendosi strada sotto alle colline d'argilla, senza però toccarle, perchè in tal caso perderebbe le sue buone qualità; tanto più che queste colline sono di più moderna formazione, e sovrapposte alla massa primordiale delle montagne.
Soddisfatta in tal modo la mia curiosità, lasciai con tutta indifferenza la povera Citera, cui ben poco rimane del bello, ch'ebbe allorquando vi dimorava la Dea della Grazie. Salimmo verso il nord fino alla prima linea delle montagne che signoreggiano le colline d'argilla, e la grande pianura al sud, di dove dirigendomi all'ovest sul piano superiore di questa linea coperta di lava e di prodotti vulcanici, e costeggiando la catena delle montagne basaltiche che ci stavano a destra, riprendemmo dopo due ore la direzione del nord, finchè si giunse al monastero di S. Giovanni Grisostomo posto a poca distanza della roccia, sulla quale sono le ruine del palazzo della Regina, che chiamasi Buffavento.
Questo monastero che ha press'a poco la forma di quello di Santa Tecla appartiene ai luoghi di Terra Santa. Tre monaci greci, la sorella del priore vecchia e vedova, ed una giovane serva assai bella, sono i soli abitanti di questa solitudine. Gli ortolani, e gli altri lavoratori alloggiano fuori del monastero.
All'indimani 4 aprile uscii accompagnato da due guide, non avendo avuto coraggio di seguirmi nè il dottore, nè il mio domestico troppo pingue per arrampicarsi sulla rupe. Montato sopra un mulo andai fino alle falde della rupe lontana del cammino mezz'ora di viaggio; e colà dovetti smontare per salir l'erta. Dopo un quarto d'ora eravamo giunti al piede dell'aguglia, ove trovansi due quadrati di muraglie rovinate. È quest'aguglia una rupe tagliata quasi perpendicolarmente in ogni lato, che non offre niuna traccia di sentiero. Approfittavamo dell'ineguaglianza del sasso, e delle stenditure per aggrapparci colle mani e co' piedi, ajutandoci a vicenda l'un l'altro: talvolta le guide si fermavano per riconoscere il lato che offriva minori ostacoli, comecchè tutti difficilissimi, e tutti sparsi di orribili precipizj. Finalmente dopo molti stenti arrivammo alla porta del palazzo ove si prese un istante di riposo.