Avendomi anche in questo venerdì preceduti i miei domestici alla moschea, collocarono il tappeto secondo la pratica, ed io vi feci la mia prima preghiera. Arrivò ben tosto il governatore coi suoi ufficiali negri come lui, ed alcuni soldati che fecero ritirare coloro ch'erano presso di me, e posero il tappeto del governatore in modo che copriva in parte il mio, ma non ebbero il coraggio di dirmi nulla.
Il governatore si pose sul suo tappeto, ed il suo primo ufficiale dopo essere rimasto un momento titubante ardì perfino di battermi dolcemente la spalla, e di farmi segno onde mi ritirassi, ciò ch'eseguii subito per non dar motivo di scandalo; ed egli si pose sul mio tappeto a fare la preghiera.
Tutti erano impazienti di vedere il fine di questa scena, e cosa risolvessi. Io sceriffo, figlio di Osman-Bey-el-Abbassi, avrei potuto sopportare l'insulto d'uno schiavo!... Ma egli aveva la forza in mano, e cercava di provocarmi, onde, nel caso che io non mi fossi saputo contenere, abusare con apparente giustizia della sua autorità; mi appigliai quindi ad un altro espediente.
Appena terminata la preghiera, prima che niuno si alzasse, dissi con voce ferma ai miei domestici «Levate questo tappeto; portatelo all'Imam, e ditegli che glielo dono per servizio della moschea. Io non potrei mai più far la mia preghiera sopra questo tappeto, levatelo». I miei domestici lo levarono bruscamente, e lo consegnarono all'Imam, che fu assai contento di questo dono. Tutti applaudirono, ed il governatore ed i suoi ufficiali rimasero come di sasso. Lasciai alcune elemosine alla moschea ed ai poveri; ed accompagnato da molte persone tornai a casa per mettermi a letto, essendo tormentato dalla febbre.
Questi ufficiali negri fanno pompa di un lusso orientale il più raffinato, portando ricchissimi sciali di cachemire, bellissime tele dell'India, armi magnifiche, squisiti profumi.
Malgrado il cattivo stato di mia salute feci pure alcune osservazioni astronomiche, che mi diedero la longitudine per distanze lunari di 36° 32′ 37″ E. dell'osservatorio di Parigi[4]; la latitudine per i passaggi del sole 21° 33′ 14″ N.; e la declinazione magnetica 10° 4′ 53″ O.
Djedda è una gentile città con belle strade regolari, e con piacevoli case a due o tre piani, tutte fatte di pietra, non però con troppa solidità, avendo molte e grandissime finestre, ed il tetto piano. Vi sono cinque moschee che non meritano la minima attenzione.
La città è circondata da vaghe mura con torri irregolari, ed in distanza di dieci passi da una fossa affatto inutile, perchè senza alcuna opera che la sostenga. In vece di un ponte levatojo in faccia alla porta della città si è riempiuta la fossa di terra.
I pubblici mercati sono ben provveduti, ma le derrate sono assai care. Un pollo costa una piastra spagnuola, e gli erbaggi provengono da luoghi assai lontani, non essendovi nelle vicinanze per mancanza di sorgenti nè giardini nè orti. Non vi si beve che acqua di pioggia, ma assai buona perchè conservata in ottime cisterne. Il pane non mi sembrò troppo bianco. Vi si respira un'aria fragrante perchè in ogni angolo vi sono venditori d'acqua da bevere i quali abbruciano continuamente incensi o altri aromi. Lo stesso metodo si pratica nei caffè, nelle botteghe, nelle case, ed in ogni luogo.
Contansi a Djedda circa cinquemila abitanti; e questa città può riguardarsi come centro della circolazione del commercio interiore del mar Rosso. I bastimenti di Moca vi portano il caffè e le derrate dell'India e di tutto il Levante, ed in Djedda si ricaricano sopra altre navi per Suez, Iemboa, e per tutti gli altri porti delle coste d'Arabia e d'Affrica.