Gli abitanti sembraronmi una mescolanza di sangue Arabo, Abissino o negro, e di un poco d'Indiano. Osservai parecchj individui di fisonomia assai prossima a quella de' Chinesi, che non diversifica molto dall'indiana. È così famigliare l'usanza di tenere schiave abissine o negre, che appena arrivato a Djedda, il mio mercadante mi propose prima d'ogni altra cosa l'acquisto di una negra: offerta che io rifiutai benchè non proibita dalla legge, perchè durante il mio pellegrinaggio mi riguardava come in istato di penitenza.

Si ritiene che cento bastimenti all'incirca vengono impiegati nel cabotaggio da Djedda a Suez, ed altrettanti da Djedda a Moca; ma trovandosene sempre molti inservibili può ridursi il numero ad ottanta. A quelli che perdonsi ogni anno sugli scogli del Mar Rosso sottentrano i nuovi che si fabbricano a Suez, a Djedda, a Moca.

Djedda poco prima aveva più ricchezze che all'epoca del mio passaggio; essendole riuscite dannose le guerre de' Wehhabiti, perchè per lungo tempo gli abitanti furono costretti di fare notte e giorno il mestiere del soldato. D'altra parte la guerra d'Europa paralizza il commercio del Levante; le rivoluzioni dell'Egitto, e dell'Arabia impediscono le comunicazioni commerciali della contrada, e quelle di Barbaria rendono assai difficili i pellegrinaggi degli occidentali; tutte circostanze contrarie alla felicità ed alla prosperità di Djedda.

Fuori delle mura della città dalla banda di terra avvi un gran quartiere di baracche assai popolato di famiglie quasi tutte povere, onde non si trovano che mercanti di commestibili, e di cose di poco valore.

Il circondario di Djedda è un vero deserto, ed il suo clima incostantissimo. Da un giorno all'altro io vedeva l'igrometro balzare dall'estrema siccità all'estrema umidità. Il vento settentrionale che attraversa i deserti dell'Arabia vi arriva talmente secco che inaridisce all'istante la pelle, e l'aria è sempre ingombra di polvere. Se sottentra il vento di mezzogiorno, si prova subito l'opposto estremo. L'aria, e tutto ciò che si tocca è zeppo di umidità; ed una subita spossatezza s'impadronisce delle nostre membra. Pure si crede più salutare il vento umido, che il secco[5].

Il maggior calore da me osservato fu di 23° di Reaumur. Coi venti di mezzogiorno vidi l'atmosfera carica di una specie di nebbia.

Ebbi una notte la luna al mio zenit, ed un'altra dalla banda di settentrione: era questo effetto della latitudine, trovandomi press'a poco a due gradi al sud del tropico. Dopo il mio arrivo mi venivano presentati ogni giorno piccoli vasi d'acqua del miracoloso pozzo Zemzem della Mecca: io beveva, e pagava.

La vigilia della partenza alla volta della santa città essendo venuto a trovarmi il capitano del bastimento, ruppe il mio igrometro.

CAPITOLO XXXIII.

Continuazione del pellegrinaggio. — El Hhadda. — Arrivo alla Mecca. — Ceremonia del pellegrinaggio alla Casa di Dio a Staffa ed a Meroua. — Visita dell'interno della Kaaba, o Casa di Dio. — Presentazione al Sultano Scheriffo. — Purificazione, o lavacro della Kaaba. — Titolo d'onore acquistato d'Ali Bey. — Arrivo dei Wehhabiti.