Gli abitanti del dovar vendevano acqua dolce assai buona che prendevano nelle vicine montagne dalla banda di mezzodì.

Partendo dal dovar si venne a chiedermi, ed io diedi una gratificazione per l'alloggio.

Alle tre ore dopo mezzogiorno si riprese la strada nella direzione di levante. Non tardai a scoprire alcuni piccoli boschi; e verso sera si passò in mezzo a montagne vulcaniche coperte di lava nera, e vidi gli avanzi di alcune case rovinate dai Wehhabiti. Poi attraversando molte collinette, alle undici e mezzo della sera ci trovammo in profonde e strette gole, ove la strada tagliata a zig-zag offre una eccellente posizione militare. La sera di giovedì 23 gennajo 1807, 14 del mese doulkaada dell'anno 1221 dell'Egira, giunsi a mezza notte col favore della Divina misericordia alle prime case della santa città della Mecca, quindici mesi dopo sortito da Marocco.

Erano all'ingresso della città molti Mogrebini, o Arabi occidentali, che mi aspettavano con piccoli vasi d'acqua del pozzo di Zemzem, che mi offrirono per bere, pregandomi a non riceverne da altra persona, ed assicurandomi di tenerne approvvigionata la mia casa: mi soggiunsero poi all'orecchio di non bevere giammai di quella che mi offrirebbe il capo del pozzo.

Molti particolari della città che pure mi aspettavano, disputavansi tra di loro l'onore o il vantaggio di alloggiarmi, perchè gli alloggi sono la principale speculazione degli abitanti sui pellegrini: ma le persone che in tempo del mio soggiorno a Diedda eransi incaricate di provvedere a tutti i miei bisogni, posero fine alle dispute, conducendomi in una casa che m'era stata preparata accanto al tempio, e presso al palazzo del Sultano Sceriffo.

I pellegrini devono entrare a piedi nella Mecca, ma in vista della mia malattia restai sul cammello fino alla porta della casa.

Appena entrati, io ed i miei domestici facemmo un'abluzione generale, indi fui condotto in processione al tempio con tutta la mia gente. La persona incaricata di guidarmi recitava camminando varie preghiere ad alta voce; e noi le ripetevamo tutt'insieme collo stesso tuono di voce parola per parola. Io era tuttavia così debole che doveva farmi sostenere da due domestici. Giunsi in tal modo al tempio facendo un giro per la principale strada onde entrarvi pel Beb-el Selèm, ossia porta della salute; lo che tien luogo di felice auspicio. Dopo essermi levati i sandali passai per questa avventurata porta posta presso all'angolo settentrionale del tempio. Già avevamo attraversato il portico o la galleria; già stavamo per mettere il piede nel grande cortile, in cui è posta la casa di Dio, quando la guida arrestò i nostri passi, e tenendo il dito rivolto alla Kaaba, mi disse con enfasi: Schous, schous el-Beït-Allah el Haram; «osservate, osservate la casa di Dio, la proibita». Il numeroso seguito che mi circondava, il portico di colonne a perdita di vista, l'immenso cortile del tempio, la casa di Dio coperta della sua tela nera dall'alto fino al basso e circondata di lampade, il silenzio della notte, e la guida che parlava come un ispirato; tutt'insieme formava un imponente quadro che mai non si cancellerà dalla mia memoria.

Entrammo nella corte per un sentiero diagonale alto un piede, che mette dall'angolo del nord alla Kaaba, che è quasi nel centro del tempio. Prima di giugnervi ci fecero passare sotto un arco isolato come una specie d'arco trionfale, detto Beb-el Selema, come la porta per cui eravamo entrati. Giunti innanzi alla Casa di Dio, facemmo una breve preghiera, si baciò la pietra nera portata dall'Angelo Gabriele, e nominata Stàjera el Ason'ad, ossia pietra celeste: avendo alla testa la nostra guida, schierati nello stesso modo con cui eravamo venuti, e recitando le preghiere in comune, facemmo il primo giro intorno alla Casa di Dio.

La Kaaba è una torre quadrata posta quasi in mezzo al tempio, coperta d'una immensa tela nera che non lascia di scoperto che lo zoccolo dell'edificio, lo spazio in cui sta murata la pietra nera all'altezza d'un uomo sull'angolo dell'est, ed un altro eguale spazio nell'angolo del sud occupato da un marmo comune. Dalla banda del N. O. sollevasi un parapetto all'altezza d'appoggio, che forma quasi un mezzo cerchio separato dall'edificio, e nominato El-Stajar Ismail, vale a dire pietre d'Ismaele.

Ecco il circostanziato racconto delle successive cerimonie di questo atto religioso, quali le feci io stesso in quest'epoca. Consistono queste in sette giri intorno alla Kaaba. Si comincia ogni giro dalla pietra nera dell'angolo dell'est seguendo la fronte principale della Kaaba ov'è la porta, e di là girando all'ouest ed al sud al di fuori delle pietre d'Ismaele, e giunti all'angolo del sud si stende il braccio destro, e dopo aver passata la mano sopra il marmo angolare (avendo grandissima attenzione che l'inferior parte dell'abito non tocchi lo zoccolo scoperto), si passa la mano sul volto e sulla barba, dicendo: In nome di Dio: Dio grandissimo, sia data lode a Dio. Si prosegue la marcia verso N. E., dicendo: Oh grande Iddio! siate con me: datemi il bene in questo mondo; e datemi il bene nell'altro; ritornato poscia all'angolo dell'est in faccia alla pietra nera, si alzano le mani come in principio della preghiera canonica, gridando: in nome di Dio; Dio grandissimo; ed abbassate le mani si soggiugne, sia data lode a Dio; dopo ciò si bacia la pietra; e così termina il primo giro.