Tutti i portatori d'acqua della Mecca appressavansi coi loro otri pieni, ch'essi facevano avanzare di mano in mano fino alle guardie negre della porta, come pure un gran numero di piccole scope di foglie di palma.

I Negri cominciarono a gettar acqua sul suolo della sala che è lastricata di marmo, e vi si gettò ancora acqua di rose. Quest'acqua scolando per un foro posto sotto la soglia della porta, era avidamente raccolta dai fedeli; ma perchè non era proporzionata ai loro desiderj, e che i più lontani ne chiedevano ad alta voce per bevere e per bagnarsi, le guardie negre colle tazze e colle mani la gettavano con profusione sul popolo. Ebbero l'attenzione di farmene passare un piccol vaso, ed una tazza, colla quale ne bevei quanto mi fu possibile, e sparsi il rimanente sul mio corpo; imperciocchè quest'acqua, quantunque salsa alquanto, porta seco la benedizione di Dio, ed altronde è bene aromatizzata dall'acqua di rose.

Feci allora uno sforzo per avvicinarmi; molte persone mi sollevarono sopra la folla, e camminando sopra le teste giunsi finalmente alla porta, ove le guardie negre mi ajutarono ad entrare. Io era preparato a tale operazione, non avendo in dosso che la camicia, un caschaba, o camicia di lana bianca senza maniche, il turbante, ed il hhaik che mi avviluppava.

Il sultano Sceriffo scopava egli medesimo la sala. Appena entrato, le guardie mi levarono il hhaik, e presentaronmi un fascio di piccole scope, delle quali ne presi alcune in ogni mano. All'istante gettarono molta acqua sul pavimento, ed io incominciai a scopare a due mani con un'ardente fede, quantunque il suolo fosse di già pulito come uno specchio. Durante questa operazione, lo Sceriffo che avea finito di scopare e di profumare la sala, stava orando.

Mi venne in appresso presentata una tazza d'argento piena d'una pasta fatta con raschiatura di sandalo, legno assai aromatico, e bagnato con essenza di rose; stesi questa pasta sulla parte inferiore della parete incrostata di marmo al disotto della tappezzeria che copre la parte superiore ed il palco. Mi fu poi dato un pezzo di legno d'aloè che feci abbruciare in una grande bragiera per profumare la sala.

Allora il sultano Sceriffo mi proclamò Hhaddem-Bèit-Allah-el-Haram, vale a dire servitore della casa di Dio la proibita; e ricevetti le congratulazioni di tutti gli assistenti. Dopo recitai le mie preghiere nei tre lati della sala, come la prima volta, lo che pose termine ai miei doveri. Mentre mi occupava di quest'atto di pietà, il sultano Sceriffo erasi ritirato.

Un gran numero di donne che stavano nel cortile riunite in corpo a qualche distanza dalla porta della Kaaba, gettavano di quando in quando acute grida di gioja.

Mi fu data un poco di pasta di sandalo con due piccole scope che io custodii religiosamente siccome preziose reliquie. Le guardie ajutaronmi a scendere sopra il popolo, che mi prese, e mi pose in terra felicitandomi dell'avvenimento. Passai di là al Makam-Hibrahim per farvi una preghiera, vi fui ricoperto del mio hhaik, ed entrai in casa mia tutto bagnato.

Altri impiegati del tempio mi portarono successivamente acqua del lavacro, ed un vaso me ne mandò il figlio dello Sceriffo che aveva la chiave della Kaaba, aggiugnendovi un cartoccio ripieno di raschiatura di sandalo ridotta in pasta con acqua di rose, un altro cartoccio di altri aromi, un cero, e due piccole scope. Dovetti corrispondere a tanti favori nel miglior modo possibile.

Il martedì 3 febbrajo, 25 del mese doulkaada, la grande tela nera che copre l'esteriore della Kaaba fu tagliata un poco sopra alla porta, e tutto all'intorno dell'edificio; cosicchè rimase scoperto nella parte inferiore; lo che compie la cerimonia detta Yaharmo-el-Bèit-Allah, cioè purificazione della casa di Dio.