CAPITOLO XXXIV.

Pellegrinaggio ad Aarafat. — Grande riunione di pellegrini. — Descrizione di Aarafat. — Sultano ed armata dei Wehhabiti. Cerimonie di Aarafat. — Ritorno a Mosdelifa. — Ritorno e cerimonie a Mina. — Ritorno alla Mecca e fine del pellegrinaggio. — Appendice al pellegrinaggio.

Il gran giorno del pellegrinaggio al monte Aarafat era il martedì 17 febbrajo. Io partii il 16 dopo mezzogiorno, in una chevria posta sopra un cammello, eguale a quella di cui mi valsi per venire da Djedda alla Mecca. Alle due circa dopo mezzogiorno passai innanzi alla caserma delle guardie negre, posta all'estremità settentrionale della città.

Di là piegando a levante giunsi dopo pochi minuti in faccia ad una gran casa di campagna dello sceriffo, ed un quarto d'ora dopo scopersi la celebre montagna Diebel Nor, ossia montagna della luce, sulla quale l'Angelo Gabriele portò al più grande dei profeti i primi capitoli del Corano. Questa montagna s'inalza isolata in figura di pane di zucchero, sopra il livello delle altre montagne che la circondano. Eravi altra volta sulla sommità una cappella, che era una stazione del pellegrinaggio, ma i Wehhabiti dopo averla atterrata, posero una guardia alle falde della montagna per impedire ai pellegrini di salirlo per farvi le preghiere, che Abdoulwehhab dichiarò superstiziose. Vi si saliva, mi fu detto, per una scala tagliata nella roccia; e trovandosi questa montagna distante un quarto di lega a sinistra dalla strada, non la vidi che passando cogli altri pellegrini, ma pure ne presi uno schizzo in prospettiva.

Seguendo la strada verso l'E. S. E. vidi alle tre ore meno un quarto una piccola sorgente d'acqua dolce, con vasche artefatte, e poco dopo entrai in Mina. Il primo oggetto che si scopre entrando nel borgo è una fontana, in faccia alla quale vedesi un'antica opera che il volgo dice essere stata fatta dal demonio.

Il borgo di Mina, chiamato anche Mòna, non ha che una sola strada, ma così lunga che io impiegai venti minuti per arrivare dalle prime alle ultime case. Sonovi belli edificj, molti de' quali cadono in rovina, o sono senza tetto, ed alcuni recinti con muraglie a secco alte cinque piedi che vengono affittati ai pellegrini ne' giorni della Pasqua.

A tre ore e mezzo feci porre il campo fuori di Mina dal lato di levante in una piccola pianura presso ad una moschea circondata di mura come una specie di fortezza.

Tutto il paese attraversato fin qui è una angusta valle chiusa da montagne granitiche affatto sterili. Tutta la strada era coperta di cammelli, di persone a piedi ed a cavallo, e da un gran numero di schevrias.

Un distaccamento di Wehhabiti montati sopra dromedarj, che io aveva incontrati alle falde del Dièbel-Nor venne ad accamparsi avanti alla porta della moschea. Fu ben tosto raggiunto da altri corpi della stessa nazione montati egualmente sopra dromedarj o cammelli; ed in breve tutta la pianura ne fu piena. Dopo tramontato il sole giunse il sultano de' Wehhabiti, Saaoud, la di cui tenda era stata preparata al piede della montagna in poca distanza dalle mie.

Una carovana di Tripoli di Barbaria, un'altra dell'Iemen, di una quantità di pellegrini negri del Soldano, o dell'Abissinia, molti Turchi giunti per la strada di Suez, assai Mogrebini venuti per mare, una carovana di Bassora, ed altre del Levante: gli Arabi dell'alto e del basso Egitto, quelli del paese, ed i Wehhabiti, trovavansi allora riuniti, o piuttosto ammucchiati gli uni su gli altri in quest'angusta pianura, nella quale i pellegrini devono accamparsi per dovere, perchè la tradizione riferisce che il santo Profeta faceva lo stesso qualunque volta andava ad Aàrafat.