Non era giunta la carovana di Damasco, quantunque partisse con molte donne, e fosse scortata dalla truppa, e dall'artiglieria portando il ricco tappeto che ogni anno viene mandato da Costantinopoli pel sepolcro del Profeta a Medina; perchè i Wehhabiti che riguardano questa usanza come peccaminosa gli vennero incontro fin presso a Damasco, e fecero sapere a quel Pascià Emir-el-Stage, che la comandava, che non si poteva ricevere il tappeto destinato pel sepolcro; che se voleva proseguire il viaggio per la Mecca, dovesse rimandare addietro i soldati, l'artiglieria e le donne, e che trasformandosi in tal modo in veri pellegrini, la carovana non incontrerebbe verun ostacolo nel suo viaggio. Non volendo il Pascià sottomettersi a tali condizioni fu costretto di retrocedere. Altri pretendono che si esigesse da lui una forte contribuzione di denaro: ma ciò è contraddetto da altri meglio informati.

Il martedì 17 febbrajo del 1807 (9 Doulhagea, 1221 dell'Egira) alle sei ore della mattina, era in cammino nella direzione di S. E. ¾ E. A breve distanza dal luogo della partenza lasciai a destra una casa dello Sceriffo; alle sette passai Mosdèlifa, piccola cappella con una gran torre in una stretta valle; e dopo avere attraversata una gola ancora più chiusa tra le montagne, camminai lungo una vallata al S. E. che sbocca alle falde del monte Aàrafat, ove giunsi alle nove ore del mattino.

Il monte Aàrafat è l'oggetto primario del pellegrinaggio dei musulmani; quindi molti dottori furono d'opinione che quando non esistesse più la casa di Dio, il pellegrinaggio al monte Aàrafat sarebbe tanto meritorio quanto il fare i sette giri della Kaaba; e questa è pure la mia opinione.

Non è che al monte Aàrafat ove uno possa formarsi un'idea dell'imponente spettacolo che presenta il pellegrinaggio de' musulmani: una immensa folla d'uomini di tutte le nazioni, di tutti i colori, venuti dalle estremità della terra attraverso di mille pericoli, e sopportando gravi fatiche, per adorare assieme lo stesso Dio, lo stesso Dio della natura; l'abitante del Caucaso presentando una mano amica all'Etiope o al Negro della Guinea; l'Indiano ed il Persiano fraternizzando col Barbaresco e col Marocchino; tutti risguardandosi come fratelli, o come individui d'una sola famiglia, uniti dai legami della religione, parlando la maggior parte, o almeno intendendo la stessa lingua, la sacra lingua dell'Arabia: nò, alcun culto non presenta ai sensi uno spettacolo più semplice, più maestoso!.....[7] Filosofi della terra permettete, permettete ad Ali Bey di sostenere la sua religione, come voi sostenete lo spiritualismo o il materialismo, il vuoto o il pieno, la necessità dell'esistenza o la creazione. Il monte Aàrafat è una rupe granitica come le altre montagne vicine, alta circa cento cinquanta piedi, chiusa da una muraglia, e posta alle falde di un'altra montagna più alta all'E. S. E. d'un piano di tre quarti di lega di diametro, circondato da ogni banda di sterili montagne. Vi si sale per alcune scale, parte tagliate nella rupe stessa, parte formate di nuovo. Avvi sulla sommità una cappella di cui i Wehhabiti stavano allora distruggendone l'interno. Non potei vederla perchè resta vietato agl'individui del mio rito, cioè ai Maleki di salire sulla cima, secondo le intenzioni dell'Iman fondatore del rito; quindi ci fermiamo a metà del monte per recitarvi la preghiera. Al piede della montagna trovasi una piattaforma preparata a tale uso, detta Dianaà Arràhma, o moschea della misericordia: secondo la tradizione, colà pregava anco il Profeta.

Presso alla montagna sonovi quattordici grandi vasche riparate dal Sultano Saaoud. Somministrano esse una immensa quantità d'acqua bonissima a beversi, che serve pure ai pellegrini per lavarsi in questo giorno solenne. Affatto vicina dalla banda di S. O. vedesi una casa dello Sceriffo, e ad un quarto di lega a N. O. trovasi un'altra piattaforma sulla quale si fa la preghiera, ed è intitolata Diaman Ibrahim, moschea di Abramo.

Fu sul monte Aàrafat che il comun padre degli uomini incontrò o riconobbe la nostra madre Eva dopo un lungo divorzio, e per tal ragione questo luogo si chiama Aàrafat, ossia riconoscimento. Si crede che fosse lo stesso Adamo il fabbricatore della cappella, che i Wehhabiti hanno cominciato a distruggere[8].

Dopo la preghiera dell'aassar, che ognuno fa nella propria tenda, e tutto essendo pronto per la partenza, prescrive il rituale di portarsi presso alla montagna per aspettarvi il cadere del sole. Per ubbidire a tale precetto i Wehhabiti ch'erano accampati in luoghi assai lontani, cominciarono ad avvicinarsi, avendo alla testa il Sultano Saaoud, ed Abounocta loro secondo capo. In poco tempo vidi sfilare un'armata di quarantacinque mila Wehhabiti quasi tutti montati sopra cammelli o dromedarj, con un migliajo di cammelli carichi d'acqua, di tende, di legna da bruciare, e di fieno per i cammelli dei capi. Un corpo di dugento uomini a cavallo portava stendardi d'ogni colore appesi sopra le lancie: e mi fu detto che questa cavalleria apparteneva al secondo capo Abounocta. Vedevansi inoltre sette in otto altre bandiere tra le file de' cammelli, ma senza verun'altra insegna, senza tamburi, trombette, od altri stromenti militari. Siccome tutti questi uomini erano affatto nudi, non esclusi i loro capi, non mi fu possibile di ben distinguerli. Pure un vecchio venerando con una lunga barba bianca, e preceduto da uno stendardo reale parvemi essere il Sultano. Tale stendardo di color verde aveva per insegna distintiva la professione di fede = Là illaha ila Allah = «Non v'è altro Dio che Dio» ricamata a grandi caratteri bianchi.

Riconobbi perfettamente per i lunghi ondeggianti suoi cappelli uno de' figliuoli di Saaoud, fanciullo di sette in otto anni, di una carnagione bruna come gli altri, vestito con una grande camicia bianca, circondato da una scorta particolare, e montato sopra di un bellissimo cavallo bianco, senza speroni, essendo il costume de' Wehhabiti che non conoscono selle; questo era coperto di un drappo rosso ricamato, e sparso di stelle d'oro.

La montagna e tutto il contorno furono ben tosto coperti di Wehhabiti: in seguito avvicinaronsi alla montagna le carovane ed i pellegrini. Malgrado le dissuasioni de' miei domestici ardii penetrare tra i Wehhabiti, avanzandomi fino al loro centro onde vedere più da vicino il Sultano: ma molti di loro, cui io ne feci inchiesta, mi assicurarono che la cosa era impossibile, perchè il timore di un avvenimento uguale a quello dello sventurato Abdelaazis, ch'era stato assassinato, aveva fatto moltiplicare le guardie intorno alla persona di Saaoud.

Devo per amore di verità confessare, che ho trovato ragionevoli e moderati tutti quei Wehhabiti con cui ebbi opportunità di parlare, e da costoro ebbi la maggior parte delle notizie che soggiugnerò in ordine alla loro setta. Peraltro a fronte di tanta moderazione, nè gli abitanti, nè i pellegrini possono senza fremere udirne il nome; e non lo pronunciano che dicendone male; e cercano a tutto potere di non avere comunicazione di sorte con simil gente.