Il Sultano Sceriffo aveva, secondo la pratica stabilita, mandato un corpo delle sue truppe con quattro pezzi d'artiglieria; ed era voce che venisse in persona, lo che non si verificò. È antichissima costumanza che un Imano dello Sceriffo venga ogni anno a fare un sermone sulla montagna. Venne anche quest'anno, ma fu dal Sultano Saaoud rinviato prima di cominciarlo, e vi supplì il suo Imano, che io non ho potuto intendere per essere troppo distante, ma i Wehhabiti lo applaudirono assai.

Non mi sarebbe mancato modo d'introdurmi presso il Sultano Saaoud, ed ardentemente lo desiderava; ma prevedendo che ciò mi avrebbe reso sospetto al Sultano Sceriffo, il quale avrebbe attribuito qualche motivo politico alla mia curiosità, me ne astenni.

Stavamo sulla montagna aspettando l'istante del tramontar del sole. Arrivato questo momento.... quale confusione! Figurisi una massa di ottantamila uomini, duemila femmine, un migliajo di fanciulli, con sessanta in settantamila tra cammelli, asini e cavalli, che in sul far della notte vogliono tutti entrare correndo, come ordina il rituale, in un'angusta valle, camminando gli uni sopra gli altri in mezzo ad una nuvola di polvere, e ad una foresta di lancie, di fucili, di spade: ed in tal modo forzando il passaggio il meglio che per noi si poteva, pressandosi, urtandosi gli uni gli altri, si tornò a Mosdelifa in un'ora e mezzo, quando eransene impiegate più di due nella venuta.

La ragione di tanta precipitazione ordinata dal rituale, è quella che non deve farsi la preghiera della sera, ossia del Mogareb, ad Aàrafat, ma bensì a Mosdelifa nello stesso tempo di quella dell'Ascha, ossia della notte. Tali preghiere si fanno in privato; ogni famiglia, ogni unione di gente la fa nel luogo ove si trova. Noi ci facemmo premura di recitarle subito arrivati, avanti d'alzare le tende, ed il giorno si terminò con reciproche felicitazioni intorno alla prosperità della nostra santificazione col pellegrinaggio del monte Aàrafat.

All'indomani mercoledì 18 febbrajo (10 del mese doulhaeja, e primo dì di Pasqua), noi partimmo alle cinque ore e mezza del mattino per andare ad accamparsi a Mina. Appena arrivati, posto piede a terra, camminammo a furia verso la casa del diavolo, che sta in faccia alla fontana. Ognuno aveva sette pietre della grossezza d'un pisello, raccolte a bella posta nella precedente notte a Mosdelifa per gettarle al di sopra del muro nella casa del diavolo. I Musulmani di rito maleki, com'erano, le gettano una dopo l'altra, dopo avere pronunciate queste parole: Bison illah-allah-huakibar, cioè in nome di Dio, Dio grandissimo. Siccome il diavolo ebbe la malizia di porre la sua casa in luogo assai angusto, che non ha forse trentaquattro piedi di larghezza, e che è inoltre occupato da aspre grotte che conviene sormontare per gettare le pietre con sicurezza, e più ancora perchè tutti i pellegrini vogliono eseguire questa santa operazione nell'istante che arrivano a Mina, vi si forma una strana confusione. Ne venni a fine coll'ajuto de' miei domestici, e soddisfeci esattamente a questo santo dovere, non però affatto felicemente, avendo riportate due ferite nella gamba sinistra. Mi ritirai poscia nella mia tenda per ristorarmi dalle sostenute fatiche, onde potere nello stesso giorno celebrare ancora il sacrificio pasquale. Anche i Wehhabiti costumano di gettar le pietre, perchè soleva fare lo stesso il Profeta.

Devo encomiare la moderazione ed il buon ordine che si mantennero in mezzo a tanta folla di gente di così lontane e diverse nazioni. Più di duemila donne confuse con ottantamila uomini non diedero motivo alla più piccola malintelligenza, e quantunque vi fossero quaranta o cinquantamila fucili, non si udì che un solo colpo partito a non molta distanza da me: nello stesso istante accorse un capo de' Wehhabiti, e corresse l'imprudente dicendogli con dolce severità: perchè avete voi tirato questo colpo di fucile? forse che qui si fa la guerra?

La stessa mattina incontrai sulla strada il figlio di Saaoud. Era a cavallo alla testa d'un corpo di dromedarj: sopravanzandomi presso a Mina, e passandomi di fianco, gridò alla sua compagnia; andiamo, figliuoli, avviciniamoci; poi volgendosi a manca, e prendendo il trotto, seguìto da tutto il corpo, si restituì alla tenda di suo padre, accampato alle falde della montagna come il giorno precedente. Le mie tende si alzarono presso a quelle delle truppe dello Sceriffo.

Il giovedì 19 febbraio essendomi levato in sullo spuntare del giorno per fare la preghiera, mi avvidi ch'era stato rubato il mio scrittojo, i miei libri, le carte ed alcuni mobili. Lo scrittojo conteneva un cronometro, alcune gioje, pochi piccoli utensili, il mio grande suggello, varj disegni ed osservazioni astronomiche.

I miei domestici colpiti da tale accidente si fecero a cercarne in ogni lato, temendo le conseguenze di un furto che li dichiarava trascurati nella guardia ch'io aveva loro ordinato di fare in tempo di notte. Ma essi erano oppressi dalla fatica de' precedenti giorni, ed altronde si erano fatalmente fidati delle vicine guardie turche e mogrebine dello Sceriffo.