I Cristiani hanno generalmente adottate idee false intorno ai Wehhabiti. Suppongono che costoro non siano musulmani, denominazione sotto la quale indicano esclusivamente i Turchi[10], spesso confondendo i nomi di musulmano, e d'osmanli. Scrivendo io per tutti, devo far osservare, che osmanli, ossia successore d'Osman, è l'epiteto adottato dal Turchi in memoria del sultano di tal nome, che fu il principio della loro grandezza, che questo nome nulla ha di comune con quello di musulmano, che vuol dire uomo Islam, uomo dedicato a Dio: di modo che i Turchi potrebbero farsi Cristiani senza cessare d'essere Osmanli.

I Wehhabiti diconsi i musulmani per eccellenza; perciò quando parlano d'Islam, non comprendono sotto questo vocabolo che le persone della loro setta, che riguardano come la sola ortodossa. I Turchi e gli altri musulmani sono ai loro occhi scismatici Mauschrikiun, cioè, che danno compagni a Dio; ma non però li trattano da idolatri ed infedeli Coffar. In una parola l'Islam è la religione del Corano, cioè il riconoscimento di un Dio solo ed unico. Tale è la religione dei Wehhabiti, che in conseguenza sono veri musulmani, quali secondo il Corano lo furono Gesù Cristo, Abramo, Noè, Adamo, e tutti gli antichi profeti fino a Maometto, che essi risguardano come l'ultimo inviato di Dio, e non già come un semplice dottore, siccome credono i Cristiani, parlando della credenza de' Wehhabiti[11], perchè in effetto se Maometto non è stato un inviato di Dio, il Corano non potrebb'essere la divina parola, ed allora i Wehhabiti sarebbero in contraddizioni con se medesimi.

I Wehhabiti non cambiano la professione di fede: non avvi altro Dio che Dio, Maometto è il profeta di Dio. I banditori pubblici dei Wehhabiti proclamano questa professione di fede nella sua integrità dall'alto delle torri della Mecca, che non atterrarono, come nel tempio già venuto in poter loro. E come non lo farebbero essi, dacchè il Corano proclama cento volte questa professione di fede per indispensabile alla salvezza dei Musulmani? I Wehhabiti hanno pure adottata la seguente professione. Non avvi altro Dio, che Dio solo; non sonovi compagni presso di lui; a lui appartengono la dominazione, la lode, la vita, e la morte; egli è potente sopra tutte le cose. Ma questa professione di fede particolare, che fu pure raccomandata dal Profeta, non toglie che la prima non sia proclamata giornalmente in tutte le preghiere canoniche.

Abdoulwehhab non si annunciò mai come Profeta, e non ebbe fra i suoi altro titolo che di dotto scheih riformatore, che ha voluto purgare il culto da tutte le aggiunte che gl'Imani, gl'interpreti, e i dottori vi avevano fatte, e ricondurlo alla primitiva semplicità del Corano. Ma perchè l'uomo è sempre uomo, vale a dire imperfetto ed inconseguente, Abdoulwehhab è anch'egli caduto in certe piccolezze affatto estranee al domma ed alla morale. Ne darò un breve saggio. I musulmani si radono il capo, e come vuole un'antica costumanza, si lasciano crescere una ciocca di cappelli: molti però non la portano; ma il maggior numero la conserva, senza darle a dir vero troppa importanza, e più per abitudine che per altro titolo. Tra questi avvi taluno d'opinione che nel giorno del giudizio universale il Profeta li prenderà per questa ciocca per portarli in paradiso. Questa usanza, pare, che non dovesse essere il soggetto d'una legge; pure Abdoulwehhab ne giudicò diversamente, e la ciocca fu proscritta.

I Musulmani hanno costume di tenersi una corona in mano, di cui, o per abitudine o per divagamento, ne passano i grani tra le dita, o si trovino in conversazione coi loro amici, o facciano soli qualche invocazione all'Essere supremo, o qualche brevissima preghiera ad ogni grano. Il riformatore Wehhabita ne proscrisse l'uso quasi segno superstizioso. Egli annoverò tra i gravi peccati l'uso del tabacco, della seta e dei metalli preziosi nelle vesti e nelle supellettili; ma poi non riguardò come peccaminosa l'azione di spogliare un uomo di un'altra religione o di un rito diverso. I Wehhabiti proibirono ai pellegrini le stazioni del Diebel-Nor o montagna della luce, e le altre stazioni della Mecca quali cose superstiziose; ad intanto essi fanno quella dell'Aàmara; vanno a Mina a gettare le pietruzze contro la casa del Diavolo: tale è l'uomo!

La riforma d'Abdoulwehhab tosto che fu ammessa da Ibn Saaoud fu pure abbracciata da tutte le tribù a lui sottoposte. Fu questi un pretesto per attaccare le vicine tribù, cui si offriva l'alternativa di adottare la riforma o di perire sotto il ferro del riformatore. Alla morte d'Ibn Saaoud il suo successore Abdelaaziz continuò a praticare questi energici infallibili mezzi: la più leggiera resistenza gli dava legittimo motivo di attaccare le ripugnanti tribù con una decisa superiorità; e da quell'istante le sostanze de' vinti diventavano proprietà de' Wehhabiti. Se il nemico non faceva resistenza, se la tribù abbracciava la riforma, si assoggettava all'imperio d'Abdelaaziz, principe dei fedeli, ed il suo partito acquistava nuove forze.

Già padrone della parte interiore dell'Arabia Abdelaaziz trovossi ben tosto in situazione di portare le sue viste sui paesi adjacenti. Incominciò dal fare un tentativo sopra Bagdad. Postosi nel 1801 alla testa d'un corpo di dromedarj, si gettò sopra Iman Hossèin, città non molto lontana da Bagdad, ov'era il sepolcro dell'Imano di tal nome, nipote del Profeta, in un magnifico tempio famoso per le ricchezze in esso profuse dalla Turchia e dalla Persia. Gli abitanti opposero quanta resistenza bastava per irritare l'assalitore, non quanta ne abbisognava per respingerlo; e furono tutti passati a fil di spada, uomini, vecchi, giovani e fanciulli d'ogni età. Mentre eseguivasi questa terribile strage, ammazzate, gridava dall'alto d'una torre un Dottore Wehhabita, scannate tutti gl'infedeli che danno compagni a Dio. Abdelaaziz s'impadronì dei tesori del tempio che fece distruggere, saccheggiò e bruciò la città, che fu convertita in un deserto.

Di ritorno da tale sanguinosa impresa Abdelaaziz volse gli occhi alla Mecca persuaso, che impadronendosi di quella città santa, centro dell'islamismo, acquisterebbe un nuovo titolo alla sovranità de' paesi musulmani che la circondano: ma temendo la vendetta del Pascià di Bagdad per la distruzione d'Iman Hossein, non osò allontanarsi dal suo territorio, e mandò suo figlio Saaoud con una numerosa armata contro la Mecca; il quale se ne rese padrone dopo breve resistenza del 1802. Il sultano Scheriffo Ghaleb ritirossi prima a Medina, che fece fortificare, poscia a Djedda, che pure rese capace di difendersi contro i Wehhabiti.

Saaoud attaccò tutte le moschee e cappelle consacrate alla memoria del Profeta e delle persone della sua famiglia, fece distruggere i sepolcri dei santi o degli eroi in venerazione, il palazzo dello Sceriffo, ed altri edificj, conservando solamente il tempio in tutta la sua integrità. Dalla Mecca si portò sopra Djedda, avendo in pari tempo staccato un corpo d'armata per sorprendere Medina. Queste due imprese contro città fortificate andarono a voto: e Saaoud fu costretto di ritirarsi a Draaïya cogli avanzi della sua armata, ridotta a piccolo numero non meno dalle battaglie, che dalla peste e dalla diserzione. Aveva lasciata una debole guarnigione alla Mecca per mantener viva in paese l'idea della sovranità di suo padre sulla santa città; ma non potè sostenervisi al ritorno del sultano Sceriffo Gheleb.

In novembre del 1803 Abdelaaziz fu assassinato da un uomo ch'erasi messo al suo servizio per meglio assicurare il colpo, e che ebbe abbastanza ardire e sangue freddo per meditare sì lungo tempo il suo piano.