Si fece vela alle dieci ore, e poco dopo, mancato il vento, la nave dovette farsi rimurchiare dalle scialuppe, come tutti gli altri daos. Alle quattr'ore della sera ci ancorammo presso ad Elsthat.
Domenica 29.
Viaggiammo lentamente al N. O. facendoci rimurchiare per mancanza di vento sempre alla distanza di tre miglia, o poco più dalla costa in mezzo ad infiniti scogli a fior d'acqua. Dopo mezzogiorno il vento rinfrescò, e passato il tropico, si diede fondo in faccia ad Algiar alle quattr'ore.
A mezzogiorno avemmo lo spettacolo straordinario d'un combattimento di pesci. Il mare tranquillo presentava nello spazio di cento in cento venti piedi di diametro un subitaneo bollimento, accompagnato da molta schiuma e da un grande romore. Ciò durava un mezzo minuto, poi il mare tornava tranquillo, ma un minuto dopo ricominciava la stessa scena. Al di fuori intorno al cerchio osservasi durante questo bollimento un gran numero di punti, lo che indicava le parziali zuffe, corpo a corpo, che stendevansi e notabile distanza dal campo di battaglia. Il bastimento rasentò il cerchio nell'istante dell'attacco, sgraziatamente nel punto del mezzogiorno, mentre io stavo osservando il passaggio del sole. Posto al bivio tra i due oggetti diedi la preferenza all'astronomia, e perdetti l'occasione di osservare il genio guerriero delle genti acquatiche. I miei compagni di viaggio mi dissero che avevano veduto combattere un'immensa quantità di pesci della lunghezza d'un piede all'incirca.
Mentre durava ancora la battaglia si vide accorrere da tutte le parti anche lontanissime una infinità d'uccelli di mare affatto bianchi che andavano svolazzando sopra il campo di battaglia quasi a fior d'acqua, sperando, senza dubbio, di predare i pesci uccisi, e forse i piccoli ancora vivi. La pugna era in tale stato quando noi eravamo già troppo lontani per conoscerne l'esito.
Lunedì 30 marzo.
Si levò l'ancora a mezza notte, ma durando tuttavia la calma i daos erano di tratto in tratto rimurchiati dalle scialuppe. Alle dieci ore si levò un vento di mezzogiorno, che ci portò ben tosto alla città di Iemboa ove sbarcammo felicemente ad un'ora e tre quarti.
Desiderava di andare a Medina a visitare il sepolcro del Profeta, malgrado l'assoluta proibizione dei Wehhabiti. La cosa era rischiosa assai; ma non pertanto trovai molti pellegrini Turchi, ed alcuni Arabi Mogrebini disposti ad esporsi meco ai pericoli del viaggio.
Siccome il mio capitano aveva la sua famiglia a l'Iemboa, ove tutta la flottiglia doveva rimanere alcuni giorni, convenni con lui che sarei di ritorno il giorno otto d'aprile. Feci tosto cercare i dromedarj onde viaggiare più speditamente; ma a dispetto delle mie diligenze non mi fu possibile di partire avanti la sera del successivo giorno. Non presi meco che un piccolo baule con alcuni istromenti astronomici; facendomi accompagnare soltanto da tre domestici.