Viaggio alla volta di Medina. — Djideïda. — Viene arrestato dai Wehhabiti. — Dispiaceri che gliene derivano. — Viene rimandato con una carovana d'impiegati del tempio di Medina. — L'Iemboa.
Uscii da Iemboa il martedì 31 marzo alle cinque della sera, montato sopra un dromedario, e seguito da tre domestici, da alcuni pellegrini Turchi e Mogrebini, e da circa cinquanta dromedarj.
Si camminava all'E. un quarto S. E. lungo una pianura arenosa, sterile ad intervalli, ed offrendo qua e là alcune traccie di vegetazione: d'ordinario i dromedarj fanno più di una lega per ora; e noi li facevamo di quando in quando trottare; ma io non era abbastanza robusto per sostenere la violenza del loro moto: onde a mezza notte trovandomi estremamente abbattuto sia per lo scuotimento dell'animale, che per l'incomodità della sella tutta di legno e senza staffe, fui obbligato di andare più lentamente. Alle quattr'ore del mattino camminava all'est ¼ est in mezzo a piccole montagne, le quali andavano serrandosi di mano in mano che andavamo avanti. Si fece alto alle sei in una valle che io supposi lontana 15 in 16 leghe da Iemboa.
Le montagne da cui eravamo circondati sono tutte di schisti diversi, e non presentano la più debole traccia di vegetazione; ma nella valle benchè senz'acqua raccolsi alcune bellissime pianticelle, e tra queste una rarissima specie di Solanum con fiori assai grandi. Io mi trovava sempre indisposto, ed ebbi avanti l'aurora violenti eccitamenti al vomito.
Il mercoledì primo aprile, ripresi il cammino all'est per una valle di singolare figura. Le montagne poste a mezzodì sono tutte di arena sciolta e bianchissime, quelle a settentrione compongonsi di roccie di porfido, cornee, e schistose.
La valle non ha più di cento tese di larghezza. Vedendo montagne di sabbia alte come quelle di pietra, non poteva a meno di non meravigliarmi della forza che ammucchiò, e che tiene accumulata tanta sabbia mobile, senza che i venti ne portino mai un solo atomo sulle opposte montagne di settentrione; le quali contengono una bella collezione di porfidi di pasta e colori diversi. Nelle rupi cornee vedonsi belle gradazioni di verde, alcune delle quali sono veramente singolari.
Da questa valle passai verso sera tra gruppi di nere montagne vulcaniche, che presentavano pittoresche vedute di rottami e di precipizj. Di là si cominciò a salire questa linea di montagne fino alle dieci della sera, quando si prese a scendere per l'opposta china tutta ingombra d'arbusti spinosi che ci riuscivano incomodissimi. Finalmente alle cinque del mattino oppresso dalle fatiche e dal disagio giunsi a Djideïda. I miei domestici mi levarono dal dromedario, e mi posero sopra il mio materasso in mezzo alla piazza.
Esemplare veramente è l'esattezza dei condottieri dei dromedarj: ad ogni ora canonica fermavano la carovana, e gridavano Iova salàh, Iova salàh: cioè: andiamo a pregare, andiamo a pregare. Allora ognuno smontava, facendo le sue abluzioni colla sabbia, e dopo avere recitata la preghiera in comune, si rimontava per continuare il viaggio.
Una sera che camminava alla testa della carovana sentendo farsi del rumore al di dietro di me, volsi il capo, e vidi uno dei condottieri de' dromedarj che con un grosso bastone in mano minacciava il mio maestro di casa e voleva obbligarlo a retrocedere. Accorsi subito per informarmi dell'affare. L'Arabo trasportato da un santo zelo, rispondeva sempre Ah, Sidi Ali Bey; che peccatore è mai questo! — che ha egli fatto? — È un orribile peccatore. Gli chiesi di nuovo: ma che ha fatto? — Egli non deve andar più avanti; egli non anderà a Medina; no, non lo permetterò mai. Il mio domestico era affatto sbalordito. Io replicai: ditemi dunque qual è il suo delitto? — Sì Sedi Ali, egli fuma tabacco, questo grande scellerato; egli non anderà a Medina: io non lo permetterò mai. A stento ottenni di calmarlo, dicendogli che il mio domestico, essendo uno Sceriffo marocchino, ignorava del tutto gli ordini di Abdoulwehhab: e gli promisi a suo nome che non fumerebbe più. Volle che lo giurasse, e che gittasse la sua pipa in terra col suo tabacco che aveva. A tali condizioni gli permise di proseguire il viaggio.
Djiedeïda è un soggiorno assai tristo in fondo di una valle con case bassissime fatte di pietra a secco senza intonicatura, con alcune botteghe in cui si tiene il mercato. Sonovi alcune piantagioni di palme, ma la situazione è affatto malinconica. Il capo del popolo, soprannominato Scheih-el Belèd, ed il kadì sono naturali del paese, adesso sotto il dominio del sultano Saaoud, cui gli abitanti pagano la decima de' loro frutti.