È nel deserto di Medina che cresce l'albero che dà il balsamo impropriamente detto della Mecca. Siccome io non poteva trattenermi, mi riservava di fare al ritorno le mie indagini intorno a quest'albero.

Non potendo più soffrire la marcia dei dromedarj, lasciai partire la carovana, ripromettendomi di raggiugnerla ben tosto, e restai coricato in mezzo alla piazza, ove mi addormentai, non avendo ritenuti presso di me che i miei domestici. Quando mi risvegliai mi vidi circondato da un gran numero di persone accumulate vicino a me che mi guardavano. Apersi la mia spezieria che portava sempre meco, e posi delle filacce con balsamo cattolico su tutte le loro ferite o scorticature delle gambe e delle mani. Mangiai in appresso un cocomero squisito che mi rinfrescò a meraviglia: pure non era in istato di muovermi. Intanto i miei domestici facevano preparare quattro cammelli, ed una schevria simile a quella di cui mi era servito nel viaggio della Mecca; e la mattina dello stesso giorno giovedì 2 aprile, montai in questa vettura scortato soltanto dai miei tre domestici, e dal cammeliere, prendendo il cammino di Medina di dove non era distante, per quanto mi fu detto, più di sedici leghe all'est.

Due ore dopo usciti da Djidèïda, due Wehhabiti sortono dalle montagne, fermano i nostri cammelli, e mi domandano dove vado. A Medina, loro rispondo. — Voi non potete continuare il vostro viaggio. Allora un capo mi si presentò con due ufficiali anch'essi montati sopra cammelli, per farmi nuove interrogazioni. Sospettando il capo ch'io fossi Turco, minaccia di farmi saltare la testa: ma senza lasciarmi atterrire dalle sue minaccie, io rispondo tranquillamente alle sue inchieste; e le mie risposte sono attestate dai miei domestici. Benchè la mia immaginazione mi richiamasse in questo istante la notizia che circolava a Djedda, che tutti i Turchi partiti della Mecca erano stati scannati, non lasciai di conservare la più perfetta calma. Mi viene ordinato di consegnar loro il denaro, e gli presento quattro pezze spagnuole che aveva in tasca; ed insistendo essi per averne ancora, dichiarai di non averne, ed offersi loro di visitare il mio baule. Supponendo che io portassi denaro in cintura come costumano i Levantini, non si acquietarono alle mie negative; onde depongo il bournous, e comincio a spogliarmi per soddisfarli. Essi mi fermano; ma vedendo il cordone dell'orologio, lo tirano, e mi costringono a rilasciarlo loro. Dopo essersi appropriati il bournous, e l'orologio, minaccianmi di nuovo; poi si ritirano indicando al condottiere dei cammelli un luogo vicino, ove dovevamo aspettare i loro ordini.

Ridotti che fummo al luogo determinato, distrussi all'istante una cassetta contenente gl'insetti che aveva raccolti in Arabia, e getto lontano da me le piante ed i fossili trovati in questo tragitto dall'Iemboa: inghiottisco una lettera del principe Muley Abdsulem, che poteva compromettermi presso que' fanatici: consegno al mio maestro di casa poche piastre che tenevo ancora nel baule, e rimango affatto tranquillo. Lo stesso fanno i miei domestici rispetto al tabacco che avevano.

Un momento dopo vengono a guardarci a vista due Wehhabiti; abbastanza tardi per lasciarci sbarazzare da quanto poteva comprometterci: e sono di parere, che la difficoltà di dividere in cinque persone i pochi oggetti rapitimi, ci procurasse questo prezioso momento. Altre due ore dopo arrivano altri Wehhabiti, dicendosi spediti dall'Emir onde riscuotere da me 500 franchi per la mia libertà, e si ritirano dietro la mia risposta di non aver denaro.

Poco appresso un nuovo Wehhabita porta l'ordine di condurci altrove, e partiamo con lui; e dietro una montagna vicina trovo.... la mia carovana intiera egualmente arrestata. I miei compagni di viaggio pallidi, tremanti, incerti della loro sorte, erano circondati da molte guardie. Mi pongo a sedere accanto agli Arabi Mogrebini: i Turchi rimangono in luogo separato. Intanto arriva un Wehhabita coll'annuncio che ogni pellegrino Turco o Mogrebino deve pagare 500 franchi. A tale domanda i miei compagni di sventura gridano chiedendo grazia colle lagrime agli occhi. Rispetto a me dissi tranquillamente, d'avere già risposto; ed appoggiai le rimostranze di questi infelici.

Già il sole stava per tramontare, quando un Wehhabita si presentò dicendomi che l'Emiro aveva ridotta la contribuzione a 200 franchi: nuove lagnanze, nuovi pianti per parte de' miei compagni, che effettivamente non avevano di che supplirvi. In sulla sera ci conducono in uno sfondato, ove ci dividono in due gruppi l'un dall'altro divisi. Sopraggiungono nuovi Wehhabiti; i miei compagni erano atterriti, ed io medesimo temeva d'essere in breve testimonio di una sanguinosa scena sui nostri Turchi. Non temeva per riguardo mio perchè veniva riguardato come un Arabo Mogrebino, ed i Turchi non potevano deporre il contrario; ma non perciò era io meno afflitto per questi sventurati, che senza di me non sarebbersi esposti a questo viaggio; ed intanto io non aveva veruna influenza, verun mezzo per salvarli da una terribile catastrofe.

Dopo un'ora d'angoscie altri soldati ne ordinano di montare sui dromedarj, dicendo che l'Emiro voleva esaminare isolatamente ciascun di noi. Costretti di rifare la fatta strada nella più oscura notte che immaginare si possa, attraversammo Djidèïda, ed a poca distanza ci fecero far alto pel rimanente della notte. All'indomani mattina, venerdì 3 aprile, prima che levasse il sole continuammo a retrocedere, scortati solamente da tre soldati Wehhabiti. Non si tardò a scoprire un campo di belle tende. Supponeva di essere presentato all'Emiro, ma non tardai ad accorgermi, ch'erano gl'impiegati, i domestici, e gli schiavi del tempio di Medina che Saaoud scacciava dall'Arabia. Giunti al campo, ci fu ordinato di riempire ad una sorgente i nostri otri, e senza lasciarci riposare ci obbligarono a riprendere il cammino.

Mentre si andavano riempiendo gli otri, il domestico che guidava il mio cammello per la cavezza, preso da subito terrore, si mise a correre, traendosi dietro il cammello, per porsi meco sotto la protezione della carovana degl'impiegati del tempio, ma accorso uno de' Wehhabiti, levandogli di mano la cavezza, lo gettò a terra dopo avergli dato un calcio, e mi ricondusse alla carovana senza dirmi una parola.

Ci fecero passare per Hamira, piccola borgata somigliante a Djidèïda, ma in più amena situazione, circondata da giardini e da bellissime palme, nel centro di una gran valle, ed in vicinanza della bella sorgente ov'eransi riempiuti gli otri; sorgente considerabile che somministra una eccellente acqua, sebbene alquanto calda. Non tardarono poi a farci uscire di strada, e salendo le montagne ci fecero scendere dalle nostre cavalcature. Nuove discussioni pel pagamento della contribuzione prolungaronsi fino alle tre ore dopo mezzogiorno. I Wehhabiti visitarono tutti i nostri effetti, ed in fine fecero pagare 20 franchi ad ogni turco; presero un hhaik, ed un sacco di biscotto ai Mogrebini; impadronironsi di tre piastre spagnuole ch'io aveva scordate nella mia cartella, ed il caftan che apparteneva al mio maestro di casa. Volevano 15 franchi da ogni conduttore di cammelli: il mio vi si rifiutava, e partito per parlare all'Emiro; più non lo rividi. Allora ne dissero essere assoluto ordine di Saaoud, che i pellegrini non vadano a Medina, e ne riunirono subito alla carovana degl'impiegati del tempio, che in questo frattempo passava in fondo ad una valle scortata da altri soldati. In tal modo terminò, sto per dire felicemente, questo disaggradevole contrattempo, quantunque mi sia rimasto lo sconforto di non aver potuto fare un interessante viaggio, e di aver perduto l'orologio che serviva alle mie osservazioni astronomiche.