Il giovedì, 11 giugno, alle due ore e tre quarti dopo mezzo giorno uscii di Suez per unirmi alla carovana ch'erasi accampata presso Bir-Suez (pozzo di Suez), cinque quarti di ora distante dalla città. È questo un parallelogramo, i cui maggiori lati possono avere quindici piedi, e dieci in undici i minori, ed ha diciotto piedi di profondità. L'acqua è alquanto salsa, ma la sola che esista in questo luogo. I cammellieri ne attingono l'acqua con secchj di cuojo per darne a' cammelli; ma gli uomini della carovana avevano fatte le loro provviste a Suez. Il tempo era sereno, malgrado un gagliardo assai incomodo vento settentrionale. In sul tramontare del sole il termometro nella mia tenda segnava 37 gradi di Reaumur. È questo paese una grande pianura terminata in Affrica al S. O. dalle montagne Diebel Attaka, ed in Asia da quelle assai lontane all'E. dall'Arabia.
Venerdì 12.
Eravi nella carovana un santo Marabotto, che portava uno stendardo giallo e rosso somigliante ad una bandiera spagnuola, ma tutto stracciato. Consumò costui tutta la notte invocando a tutta voce il nome di Dio, e del Profeta, facendo preghiere, e correndo da un canto all'altro del campo, di modo che niuno potè dormire.
Si partì alle quattro e mezzo del mattino; alle sette si giunse al vecchio Kalaat-Ageroud fortezza abbandonata, e di là, avanzando nella direzione di O., si entrò un'ora dopo in una gola, che è il più pericoloso passo di questo deserto. La carovana precedente era stata attaccata in questo luogo, e nel mio primo viaggio vi aveva veduti molti Bedovini. Per passare queste strette mi posi in testa alla carovana colla mia guardia di dieci soldati turchi, sostenuti da una cinquantina di soldati della stessa nazione, e da pochi arabi armati: altri soldati senz'ordine determinato proteggevano i fianchi della carovana, che occupava una linea di oltre cinquecento tese; e due Agà turchi col rimanente della truppa coprivano la retroguardia. Io passai senza ostacolo colla maggior parte della carovana, ma quando era per uscire dalla gola udii delle grida sul di dietro. Accorsi colla spada alla mano, conducendo le mie truppe in sul punto attaccato; e conobbi che i Bedovini eransi presentati tentando di tagliare la coda della carovana, e che eransi ritirati dopo alcuni colpi di fucile, essendosi lasciati imporre dalla nostra risolutezza: non erasi avvicinato che un corpo di trenta uomini, ma ne vidi in distanza col cannocchiale altri sessanta all'incirca.
Alle cinque ore ed un quarto facemmo alto in un'aperta pianura affatto deserta. Si soffrì tutto il giorno un caldo che toglieva il respiro, ed in sul tardi alcune vampe di vento, che ci obbligavano di bevere ad ogni istante, di modo che taluno cominciava a scarseggiare d'acqua, ed io stesso non era tranquillo per l'indomani se non diminuiva il calore. Il luogo in cui eravamo accampati chiamasi Dar-el-Hhamara, posto a mezza strada da Suez al Cairo.
Questo tratto di paese di Suez ad Hhamara è quasi affatto sterile ed arenoso: vi si trovano poche piante senza frutta e senza fiori, e sulle rupi pochi cespugli spinosi senza foglie. Il termometro di Reaumur alle otto e mezzo della sera segnava 38° 6′. Molti passeggieri partirono questa notte coi loro dromedarj prendendo una strada traversa per giugnere al Cairo prima della carovana.
Sabato 13.
Il timore di mancar d'acqua ci fece partire alle due ore e mezzo del mattino: e dopo aver attraversate alcune colline si sboccò alle dieci e mezzo in un'altra pianura. Il caldo faceva grandissimo; e per un'ora continua provai il singolare fenomeno di un vento d'O. alternativamente freddo e caldo. Se questo vento avesse soffiato leggermente e per intervalli non sarei rimasto sorpreso, ma era un vento uguale ed intermittente con alternative di freddo e di caldo così rapide e violenti, che spesso nello spazio di un minuto ne faceva provare tre o quattro volte la vicenda del caldo ardente, e del freddo più acuto. Come mai il calorico non equilibravasi colla massa dell'aere ambiente?
Allora coi miei domestici e le mie guardie montate sui dromedarj passai avanti alla carovana, e giunsi due ore prima ad Alberca, detta dai Turchi Birked el Gad (pozzo dei pellegrini). È questi un villaggio di circa cento famiglie posto in così deliziosa situazione, che a chi sorte dal deserto sembra più bello di Versailles, o d'Aranquez. Le inondazioni del Nilo vi arrivano per un canale. Il villaggio occupa la sommità d'una collina corrosa al piede dalle acque; e la collina e la campagna sono coperte di palme simmetricamente disposte; e la salita al villaggio forma uno spazioso ed ameno passeggio rinfrescato dalle acque, ed ombreggiato da alte palme e da altre specie di piante. A piedi del colle, entro una moschea mezzo rovinata, trovasi una bella fonte. In somma Alberca è un luogo di delizie in mezzo ad un vasto deserto di sterile arena, lontano tre ore dal Cairo. Ebbi colà una gagliarda prova dell'apatia de' Turchi: la carovana era accampata presso a questo delizioso giardino dopo un viaggio che doveva farle ardentemente desiderare un così fatto godimento; pure io solo uscii dalla tenda per approfittarne. Il termometro alle cinque e mezzo della sera segnava 42° di Reaumur, ed alle sette ore 37° 3′.
Le mie genti dopo tramontato il sole si sollazzarono tirando de' colpi di fucile.