Terminate le mie preghiere al sepolcro di Davide fui condotto all'est luogo le mura della città, e scendendo per un pendìo assai ripido giunsi presso all'unica sorgente che trovasi a Gerusalemme, dai cristiani detta fontana di Neemia. Credono i musulmani che l'acqua di questa sorgente derivi per un miracolo dell'onnipotente dal pozzo di Zemzem della Mecca, quantunque l'ultima sia caldissima e salmastra, e quella di Gerusalemme fresca e dolce. Di là passai il torrente Cedron, di dove a traverso a varj poggi andai a visitare i sepolcri di molti santi e profeti del primo e del second'ordine.
Dalla sommità di questi colli scopersi in distanza di tre o quattro leghe in linea retta una parte del Bàhar Lout, detto da' cristiani Lago Asfaltide, o Mar Morto. Col cannocchiale osservai due piccoli seni, e le montagne che coprono il lago a S. E. Vedeva pure le onde rompersi contro la riva; e l'agitamento dei flutti mi mostrava che questo mare non è affatto morto, come lo indica il suo nome. Tutto il paese che lo circonda è montuoso. Giunto in appresso alla cima del Diebel Tor, detto dai cristiani Monte Oliveto; dove assicurasi essere stati sepolti settantadue mila profeti, trovai la chiesa cristiana, nella quale si venera sopra un marmo l'impronta del piede di Cristo lasciatavi quando salì al cielo dopo la risurrezione.
Da questa montagna, posta a levante di Gerusalemme, si scopre la città sì bene che se ne possono contare le case.
Sceso dalla montagna e giunto in fondo al torrente Cedron, passai a lato del sepolcro della madre di Cristo; e dopo salito un colle rientrai in città per la porta detta di Maria.
All'indomani 25 luglio sortii di Gerusalemme al levare del sole per visitare il sepolcro d'Abramo.
Alle sette ore ed un quarto del mattino giunto presso a Betlemme, incontrai una truppa di pastori cristiani che venivano a Gerusalemme per accusare i pastori musulmani di Ebron che loro avevano presi molti bestiami, per rappresaglia dei quali i cristiani avevano portati via due cammelli. Il principale pastore raccontò ad uno de' più rispettabili Sceriffi che m'accompagnava tutto l'accaduto, in così energica maniera, che la mia immaginazione mi rappresentò all'istante le contese de' pastori d'Abramo e di Lot, la guerra dei cinque re, ec., tanto essi ne conservano ancora il carattere, le abitudini e perfino le vesti consistenti in una camicia di lana bianca rossastra attaccata con una cintura, e in un drappo nero gettato sulla spalla, con una fascia di tela bianca intorno al capo.
Appena congedati i pastori, avendo Betlemme a sinistra e Beit-Diele dall'altro lato, mi si presentò lo spettacolo della più singolare meteora che veder si possa. Il sole alto sopra l'orizzonte circa trenta gradi brillava alla sinistra di tutta la sua luce a traverso di una atmosfera purissima; e la luna, vicina al suo ultimo quarto, era sulla mia diritta quasi nella stessa elevazione del sole, così chiara e così bella quanto è possibile di vederla in tale circostanza. Tutt'ad un tratto vidi comparire sotto forma d'una stella due o tre volte più grande, e molto più luminosa di Giove o di Venere nel loro più grande splendore, una meteora che svolse dalla banda di levante una coda, la quale parvemi lunga due gradi. Io non mi potei contenere, e gridai Kif hàda! Kìf hàda! cioè che è questo! che è questo! Le mie genti sbalordite gridarono in pari tempo Minn Allàh! minn Allàh! Dio! Dio! Frattanto la meteora s'avanzava verso occidente facendo ondeggiare dolcemente la sua coda lungo una linea orizzontale, all'altezza di circa 30 gradi, come il sole e la luna. La coda che ben tosto si divise in più raggi, riuniva tutti i colori dell'iride assai vivaci, ed un mezzo minuto dopo, avendo la meteora nel suo pacifico movimento scorsi quasi sei gradi all'O. scomparve senza esplosione, senza tuono, nè alcun'altra spaventosa circostanza. Io mi buttai a terra prostrato avanti al Creatore, e lo stesso fecero tutti quelli che mi seguivano.
Continuai il cammino al sud, assorto nella meditazione di ciò che aveva veduto: la stella dei pastori, la stella de' magi, tutto ricorreva alla mia memoria; ma io sospetto che i vapori bituminosi salini del Mar Morto rendano in questi paesi simili meteore assai frequenti. Lasciai a destra un eremitaggio dedicato ad Elia, ed alquanto più avanti giunsi ad un bell'Alcassaba mezzo ruinato, accanto al quale trovasi una sorgente di bonissima acqua con un serbatoio lungo cinquanta passi, largo trenta, e più a basso da altri di quasi eguale grandezza: finalmente dopo aver superate diverse montagne giunsi in sul mezzo giorno ad el Hhalil, che i cristiani dicono Ebron, e presi alloggio all'osteria.
Ebron è una città di circa 400 famiglie Arabe, posta sul pendio di una montagna con un castello. I viveri sono abbondanti, ed ha molti fondachi. È governata da un Arabo del paese col titolo di Hakim, e di Scheih el Bèled.
I sepolcri d'Abramo e della sua famiglia trovansi in un tempio che fu già una chiesa greca. Si sale per recarvisi una bella e vasta scala che guida ad una lunga loggia, di dove si entra in un piccolo cortile. Dalla banda sinistra vedesi un portico sostenuto da pilastri quadrati, presso al quale sorge il vestibolo del tempio composto di due camere, una delle quali posta a destra contiene il sepolcro di Abramo, e l'altra dall'opposto lato quello di Sara. Nel corpo della chiesa che è gotica, tra due grossi pilastri a destra vedesi una casuccia isolata contenente il sepolcro d'Isacco, ed in simile casuccia a sinistra quello di sua moglie. Questa chiesa ridotta a moschea ha il suo Mereb, la tribuna per il sermone del venerdì, ed un'altra pei cantori. Nell'opposto lato della corte avvi un altro vestibolo con due camere laterali destinate ai sepolcri di Giacobbe e di sua moglie.