Ella apparve finalmente quando finì la messa cantata tra i fedeli che uscivano a gruppi dalla chiesa spalancata, tra odor d'incenso e di gigli, e s'avanzò tutta sola, vestita d'azzurro cupo, con un piccolo cappello nero adorno di una coroncina di miosotidi, per la viuzza lunga e deserta a capo della quale Albertino Farri aspettava trepidante.

Quando fu a pochi passi egli si staccò con un balzo e la salutò con un sorridente impaccio timido e ardito al tempo stesso, ponendosi quindi, sebbene non invitato, al suo fianco e proseguendo con lei il cammino.

Ella aveva corrugato le ciglia all'improvviso incontro e risposto freddamente al saluto ed ascoltava ora in un silenzio un po' sdegnoso le parole perplesse del giovine.

— Come sono contento d'averla incontrata questa mattina, signora Anna-Maria! Era quasi una settimana che non la vedevo e temevo che fosse partita, signora Anna-Maria.

Egli insisteva per lusingarla su quei due nomi uniti, dei quali si compiaceva la giovine moglie del medico, che tutti in paese chiamavano più semplicemente la signora Anna o la signora Montani.

Unica figlia del conte Delbalzo, gentiluomo d'antica nobiltà già mezzo rovinato alla morte del proprio padre e morto poi egli stesso in una affannosa miseria con gli uscieri implacabili alla porta della sua camera d'agonizzante, ella s'era adattata a sposare il solo uomo che fosse stato ad entrambi generoso di devota benevolenza e d'aiuto disinteressato, ossia il dottor Montani, il medico quarantenne che aveva curato suo padre.

Uscita a diciott'anni da un aristocratico collegio religioso dove il suo nome e la sua povertà le davano diritto ad un posto gratuito, Anna-Maria era piombata in quella cittadina petulante e tediosa dove la sua bellezza e la sua superbia le avevano creato intorno la più diffidente solitudine, e per quattro anni aveva assistito allo sfacelo della stanca esistenza paterna, la quale chiedeva tutti i giorni ancora qualche cosa per trascinarsi avanti fino al domani.

Il dottor Montani, pietoso e buono ma povero anch'egli e provvisto solo delle risorse della sua professione, portava loro il conforto amichevole della sua parola e il sollievo delle sue cure, ma un altro uomo saliva di quando in quando il lungo viale della villa Delbalzo, entrava nelle piccole stanze della portineria, divenute ora l'ultimo rifugio all'antico padrone, e, portandosi via una firma tutta tremula e contorta del malato, lasciava sul suo letto alcuni sudici e preziosi biglietti di banca.

Suo padre aveva umilmente spiegato ad Anna-Maria che costui s'era arricchito esercitando la professione lucrosa dell'usuraio, dopo aver in gioventù arrischiato meno scaltramente la galera sotto una certa ma non abbastanza provata accusa di falsario, e che alla propria morte il ricavo di vendita della villa Delbalzo sarebbe bastato appena a sodisfare le sue avide ma del resto legalizzate pretese.

Tutto ciò era regolarmente avvenuto ed anni dopo, un mattino di maggio, la contessina Anna-Maria Delbalzo, diventata più borghesemente la signora Montani, uscendo dalla messa cantata con un abito azzurro cupo e un cappello adorno di miosotidi, camminava per una viuzza semideserta di quella cittadina provinciale, ascoltando piuttosto sdegnosamente le parole incerte di Albertino Farri, il quale le faceva da alcuni mesi una timida corte.