La mattina seguente, girovagando nei dintorni dell'albergo, scorse la graziosa fanciulla intenta a scegliere alcune rose nel canestro di una fioraia errabonda e si avvide di correre a salutarla con una impazienza piena di gioia e di meraviglia. Ella rispose al suo buon giorno avvampando nel chiaro viso diciottenne e sbattendo le palpebre come abbagliata da una luce soverchia. Il giovine acquistò tutte le rose e glie le pose fra le braccia, dicendole con ammirazione ch'ella pareva in quell'atto la stessa primavera. Ella rispose che si sentiva difatti quel mattino un'anima primaverile, ma che la sua felicità sarebbe stata breve come la freschezza di quelle rose.

— Non dipende che da lei, signorina Franca, il farla durare tutta la vita, — insinuò Arturo a voce sommessa, e lo sguardo balenante con cui ella gli rispose senza parola fu una fervida dedizione e una promessa d'amore.

Li salutò due giorni dopo alla stazione, stringendo intensamente la piccola destra di Franca e la sera stessa scrisse a sua madre chiedendole consiglio su quella possibile unione. Ne ebbe una risposta così calda di approvazioni e di incoraggiamenti che, senz'altre meditazioni, egli diresse al congiunto una formale domanda di matrimonio per la signorina Franca, sua nipote. Quindi attese, male dominando una ansietà nervosa, quasi sconosciuta fino allora alla sua tempra solida ed equilibrata. Ingannò quei giorni eterni consultando cataloghi d'arredi, attardandosi per via ad osservare i gioielli magnifici disposti sui velluti cupi delle vetrine, come costellazioni su cieli illuni, le pellicce preziose, felinamente distese oltre i cristalli, come fiere ancora vive in agguato, i grandi cappelli gravi come tiare per le piccole teste femminili fasciate di chiome attorte. E si sentì prossimo e pronto a quella chiara felicità ch'egli sentiva di ben meritare.

Dopo dieci giorni la risposta giunse. Arturo la dissuggellò col cuore pesante come una pietra e alle prime linee si lasciò cadere in una poltrona. La lettera fredda e cortese chiedeva scusa del ritardo e lo attribuiva alle necessità di prudenza e di calma con cui un cauto informatore aveva assunto il suo delicato còmpito. Soggiungeva che dolorosamente tali informazioni non erano risultate troppo favorevoli al suo desiderio e alla sua domanda e che il tutore e nonno della signorina Franca si sentiva, per onestà di coscienza e per dovere, costretto a rispondergli con un rifiuto. Egli s'indugiava quindi in qualche consiglio e terminava con queste parole: “Se venir chiamato “il bell'Arturo„ ed essere considerato un uomo pericoloso per le donne può parere titolo di gloria a un giovine elegante nella società elegante, non è a parer mio, sufficiente garanzia per assicurare la felicità di una moglie. Il passo ch'ella vorrebbe tentare è abbastanza grave per esigere qualche esperienza di più, se pure qualche seduzione di meno.„

Arturo Derni sollevò gli occhi. Lo specchio di fronte gli rimandò uno di quei volti bellissimi sconvolti di passione, quali ne balzano allo sguardo in qualche antica galleria d'arte.

E gli parve di detestarsi.

LA SALVATRICE.

Il giovane, disteso bocconi sulla spiaggia con le gambe affondate e nascoste nella sabbia calda, teneva il volto chino su le braccia ripiegate e pareva dormire o meditare al canto lungo ed eguale delle onde.

Bianca Selmi lo vide per la prima volta in quell'atteggiamento di solitario scontroso e stanco mentre tornava dalla sua consueta passeggiata pomeridiana lungo il mare e rallentò il passo per osservarlo, ma poco più tardi, giunta alla piccola pensione ormai quasi deserta ch'ella abitava, stentò a riconoscere in lui il nuovo ospite giunto il giorno innanzi.

Non più modellato dalla maglia nera che ne disegnava la linea agile e vigorosa, egli pareva più basso e più tarchiato e nella sua faccia pallidissima già solcata di rughe s'aprivano due occhi velati, assenti, quasi sperduti in una visione confusa e paurosa, due occhi che parevano guardare più in sè che attorno a sè, privi d'ogni desiderio e d'ogni curiosità.