Ella parlava con una voce bassa di tono ma armoniosa e dolce, interrompendo a mezzo le frasi più gravi con una delle sue risate piene di gaiezza che invitavano al sorriso il suo ascoltatore, lasciandogli intravedere una di quelle rare anime rimaste giovani fresche e sane, nonostante le avversità e gli urti della vita.

Anche il suo volto rispecchiava l'alacre giocondità dello spirito, tanto era chiaro, mobile, luminoso negli occhi e nei denti, quantunque non bello, di linee imperfette e quasi ancora infantili.

Dario Restani, il ferito, non ne poteva staccare lo sguardo e gli pareva che un poco di quella vitalità gioconda penetrasse in lui attraverso ai limpidi occhi azzurri della donna, come una calda ventata di profumi agresti penetra in un sottosuolo pieno d'ombre e d'acque stagnanti.

Insieme si diressero alla piccola pensione quasi deserta, ella moderando il suo passo agile e svelto, egli appoggiandosi meno penosamente al suo bastone. E tornarono nel pomeriggio presso il mare, l'una per fare il consueto bagno, l'altro per affondare nella sabbia calda la sua gamba non ancora risanata e chiedere alla salsedine e al sole la guarigione della sua carne inferma.

Ma Bianca Selmi aveva intrapreso, senza quasi ch'egli se ne avvedesse, la guarigione del suo spirito assai più gravemente malato del suo corpo e gli parlava, lo interrogava, gli sorrideva, scuoteva quell'anima dalla sua fosca inerzia, gli metteva nella mente baleni e battiti nel cuore.

A grado a grado il doloroso intontimento del suo cervello che un terribile spettacolo di carneficina e di morte aveva riempito di confusione, di smarrimento, d'orrore e forse annebbiato per sempre, si risollevava, sospinto da quell'incitamento, in una luce nuova e diversa, riacquistava vigore e disciplina, viveva di una propria vita, guariva.

Dario Restani potè dopo una settimana raccontare alla sua amica, con una certa lucidità di memoria e d'impressioni, le fasi dell'assalto al quale aveva partecipato e alcuni episodi di trincea del tempo che l'aveva preceduto.

Bianca se ne rallegrò come di un proprio trionfo. La prima volta ch'ella aveva arrischiato su quell'argomento qualche domanda, egli s'era oscurato in volto rivolgendo altrove lo sguardo pieno di terrore e balbettando a stento: — Non so, non so, non ricordo. La prego, non parliamo di questo.

Dopo qualche tempo egli incominciò a osservarla e a commentare gli abiti che Bianca indossava, dimostrandosi abbastanza esperto in fatto d'acconciature femminili. La giovane donna rideva del suo fresco riso comunicativo e lo canzonava amabilmente, incitando la sua vanità di bel ragazzo, certo un tempo fortunato conquistatore. Ed egli si prestò tutto lieto a quel gioco elegante, si pose a farle una piccola corte fra galante e tenera, dimenticò d'essere un convalescente, quasi ancora un malato.

Non zoppicava più quand'ella lo guardava, discorreva con leggerezza e con spirito delle molte cose che la sua avventurosa esistenza gli aveva insegnato e si compiaceva di stupire Bianca ripetendole una frase amorosa in tutte le quattro o cinque lingue ch'egli correntemente parlava.