Ora la più giovane s'era tolto il cappello troppo ampio, e con le chiome abbondanti pettinate semplicemente e disposte a treccia intorno al visetto stanco appariva meno goffa, quasi infantile pur nel suo precoce sfiorimento. Meno padrona di sè della vicina, si abbandonava ora alla propria disperazione celandosi nell'ombra che riempiva gli angoli dello scompartimento e lasciava sfuggire qualche gemito dal petto oppresso e pieno di singulti.
La matura signora rimase qualche tempo ad ascoltare immobile quel pianto, più infastidita che commossa, quindi ritenne suo dovere, dovere di semplice umanità, di tentare una vaga parola di conforto.
— Signora, non si disperi così, — disse con la sua voce che era dolcissima e piena di inflessioni calde, come dev'essere la voce educata di una dama, — quel pianto le farà certo più male.
— È impossibile, — gemette l'altra senza sollevare il volto che teneva chiuso nelle palme e nascosto incontro allo schienale. — Quello ch'io soffro è così orribile! Mi sembra di morire, di morire anch'io con lui. E non mi resta altro da desiderare.
— Se il dolore di un'altra donna può confortarla, pensi che la mia angoscia è forse più grande della sua, sebbene certo diversa, — mormorò la signora attempata chiudendo gli occhi e sospirando profondamente; ma la sua compagna si strinse nelle spalle e crollò il capo in un disperato diniego.
Tacquero entrambe di nuovo, e la matura dama scrutò per un lungo momento nell'ombra la persona accasciata e sconvolta della giovane donna, e non aggiunse parola. Ma pensava intanto con amara meraviglia: — Anche costei va dunque incontro a qualcuno che muore, a qualcuno che ella ama? E chi sarà quest'altro agonizzante? Un fratello, un amante, un marito? V'erano dunque tanti che stavano morendo a quell'ora stessa?
Ella non rivolse più la parola alla sconosciuta, ma nell'ombra dello scompartimento, sotto la lampadina velata intensamente d'azzurro, incominciò pur essa a piangere in silenzio.
Piangeva senza un singhiozzo, senza un sospiro, senza un gemito le sue terribili lagrime materne che fino allora non avevano potuto sgorgare. Piangeva quasi per una comunicazione di debolezza dinanzi alla desolata anima umilmente messa a nudo da quell'altra afflitta. E se ne sentiva sollevata pur nella tragica incertezza in cui si dibatteva fra le ardenti speranze del cuore e gli sconsolati ammonimenti della ragione.
Poichè la donna matura correva a vedere e a salutare forse per l'ultima volta il suo figliuolo moribondo. Egli era partito quattro mesi innanzi per una cittadina del Veneto, vestito d'una bella divisa di ufficiale, seduto al volante della sua veloce automobile, allegro, disinvolto, brillante come ella non l'aveva mai veduto. E le sue lettere piene di gaiezza e di entusiasmo le erano giunte a intervalli frequenti e irregolari, rassicurandola sempre più ch'egli non correva quasi pericolo e che viveva lietamente e gagliardamente la sua avventurosa e varia esistenza di guerriero moderno.
Senonchè un giorno, in mezzo alla più illusa e fiduciosa tranquillità, un telegramma con poche ma orrende parole le era giunto: “Suo figlio gravemente ferito disastro automobilistico. Parta subito„.