— C'è una donna, — riprese il malato a stento, quasi in un balbettìo sommesso, — c'è una donna da cui ho avuto un figlio sei anni fa e che ho sposato.
La madre strinse le mascelle e chiuse gli occhi. Fece dentro di sè, nel suo cuore orgoglioso il vuoto e il silenzio, si impedì di giudicare quel suo figliuolo morente che si confessava a lei.
— Il bambino è morto, — potè dire ancora l'infermo dopo una pausa, — ma ella è qui, ella vorrebbe vedermi un'ultima volta.
La madre alzò gli occhi al cielo, come per accettare quella suprema tortura, poi disse con voce rassegnata:
— Venga pure, io mi ritiro.
— No, mamma! Non mi lasciare! — supplicò il malato afferrandole le mani. — Bisogna che tu sia qui, bisogna che tu la veda, che tu le parli, che tu dopo.... dopo che me ne sarò andato la consideri un poco, oh! solo un poco, come una tua figlia.
— Ma, fanciullo mio, questa donna mi è sconosciuta. Forse non ha meritato il tuo amore, forse non meriterebbe quello che tu chiedi a me. Tu vuoi farmi accogliere e amare una creatura ch'io non ho mai incontrata sulla mia strada, di cui non so nulla, nè il viso nè il nome, che forse s'è attaccata a te per un basso interesse, senza un vero affetto, indegnamente.
— No, mamma, è buona. Era una povera bimba sola ed io l'ho fatta tanto soffrire! Io le ho fatto tanto male! Tu mi perdonerai e le perdonerai, non è vero? Tu le vorrai un poco di bene?
— È ben duro ciò che tu chiedi.
La madre trasse a denti serrati un lungo, profondo sospiro, poi chinò il capo grigio sul letto e attese.