— Posso farla chiamare, mamma?
Ella accennò di sì a testa curva, in silenzio, e con la faccia sconvolta nascosta fra le palme, con un tremito convulso nelle gracili spalle, aspettò che entrasse la moglie di suo figlio.
Sentì la porta aprirsi dopo un momento, sentì qualcuno entrare di un balzo, cadere su di lui, coprirlo di baci gemendo e singhiozzando, chiamandolo a nome perdutamente.
Rimase ancora affondata sulla sponda di quel letto, nel terrore di sollevare lo sguardo su quella donna ignota che si gettava improvvisamente nella sua vita per essere protetta e amata, rimase immobile ancora un attimo ad immaginare l'aspetto di quella intrusa, oscuramente partecipe della esistenza di suo figlio, misera preda d'amore tenuta nascosta per non ferire l'orgoglio del loro nome, la quale si presentava ora, fra gli sgomenti e i pentimenti di un'agonia, a spargere le sue lagrime e a chiedere la sua parte di pietà.
— Mamma! — la implorò roco il moribondo sfiorandole con una tremula mano la spalla.
Allora ella si sollevò, guardò la donna inginocchiata presso il letto, quasi ai suoi piedi, e riconobbe la sua compagna di viaggio.
L'UOMO TINTO.
— Eccolo! Eccolo! — annunziò la giovine signora sporgendo il busto dalla balaustrata dell'alta terrazza. E con la mano sottile, dalle unghie molto rosee, additò qualcosa di nero che camminava con lentezza per la strada bianca, laggiù. Nell'atto l'ampia manica del suo chimono di crespo azzurro scivolò e apparve la morbidezza chiara del suo braccio tornito che molte armille d'oro tintinnanti cingevano al polso.
Il giovane che le stava alle spalle buttò la sigaretta e l'afferrò all'avambraccio quasi con durezza.
— Perchè ti occupi di quel vecchio avanzo d'umanità miseranda?