Quand'ebbe collocata sua madre nel palco fra due vecchi amici che le facevano la corte con una discreta galanteria d'altri tempi, Giorgio le baciò la mano e le chiese il permesso d'assentarsi. E poichè suonavano in quel punto le dieci, si precipitò in automobile e suonò alla porta di Lucilla De-Renzi pochi minuti dopo.

Ella salutava in quel momento una coppia di giovani amici suoi, marito e moglie, che s'indugiavano da mezz'ora in complimenti e in lamentele senza fine e fu tutta lieta dell'arrivo di Giorgio che le permise di liberarsi dei tediosi visitatori.

— Come sei bello! — ella esclamò mentre lo introduceva nel salotto; ed ammirò il taglio elegante della sua marsina, la trasparenza delle sue calze di seta, la fresca gardenia del suo occhiello e più di tutto la meravigliosa perla che gli brillava sul petto.

Ma Giorgio non sorrideva e continuava a stringerla a sè con un fervore quasi selvaggio che stonava con l'impeccabile mondanità del suo abito.

— Ci rivedremo, non è vero? Giurami che ci rivedremo presto laggiù.

La sua voce tremava di tale intensità che la donna guardandolo ne fu scossa, tanto più che quella sera egli era bellissimo, così snello elegante pallido, vero tipo di razza, chiuso nel nero e nel bianco di quella cornice severa.

— Forse, — ella promise a mezzo, sorridendo ambigua e guardandolo di sotto in su, con quel suo sguardo sfuggente che le dava talvolta un'espressione subdola e falsa.

— Non dirmi forse. Dimmi di sì. Giurami che verrai.

— Forse! — ella ripetè con voce lunga, indolente, quasi distratta.

Egli la guardò. Vide la direzione dei suoi occhi, seguì il gesto della sua mano e le sollevò il volto afferrandola alle tempia.