—Conosci il tuo cavallo?

—Meglio che se fosse mio fratello: è baio sanguigno, balzano della staffa, sulla testa segnato di cometa.

—Conosci la paura?

—Voi pure non me la dipingeste, conte, ed io dico che ho troppo bene appreso alla scuola vostra.

Ugo, afferrata la criniera dell'animale, stava per saltare in arcioni, se non che Oldrado:—Sei pure impaziente! Non vedi che tu, uscendo a cavallo di qui, ti romperesti la fronte nell'arco della porta? Chi t'ha insegnato a metterti in sella come un indiavolato?

Il giovane superbissimo di questo rimproccio che tornava a tanta sua esaltazione, ripose il piede in terra, si fece portare la sua maglia e il piastrone del petto, indossò l'una, si affibbiò l'altro, cinse la spada che era appiccata alla colonna, e, come si provò saldo, disse:—Avete ragione, padre, messer Adalberto non ci viene incontro di certo.

E il padre:—Conviene esser leali: neppure fuggo.

L'armeggiamento fu vinto con assai gloria da Ugo, e, quando questi, alla sera, stava nello stanzone dell'arme, Oldrado, ruvidamente passandogli la mano tra i capegli per disbrogliargli certe ciocche grommate di sangue, Oldrado gli parlava:—Ti ho avvertito: figliuolo, andavi a giuoco: pure se da quello che tu hai operato devo presagire di te e del mio casato, fatti cuore e pensa che il giuoco fu buono. Dimmi: chi ti diede questa?—e il padre gli toccava la scalfittura del capo.

—Oberto, nipote d'Ildebrandino!

—Oberto, mi dicono lavori assai bene di spada.