—Ed io di lancia! Lo pagai a mille doppi, facendolo staffeggiare al primo incontro, ruinandolo giù dalla sella al secondo, schiodandogli il piastrone al terzo.

—In oggi sei degno di tuo padre! Ed oggi è deciso che io ti parli assai gravemente, e tu mi ascolti con quella reverenza che si conviene a chi si accinge a prestare un giuramento. Ti ripeto: figliuolo, andavi a giuoco, ma fatti cuore, e pensa che fra poco devi cambiare gli speroni d'argento in altri d'oro, e saranno quelli del padre.

Ugo, che per sentirsi dire tali parole avrebbe voluto ritornare dalla lizza anche col petto squarciato o la testa fessa, si toccò la scalfittura, con atto così rozzo e spietato, che il padre gli domandò:—Ugo, che fai?

—Voi mi concedete troppo onore: io ho sofferto poco e non lo merito!

—Oh pensa! pensa, figliuolo mio: non darti cura se l'operato ti pare così inferiore al guiderdone: questo, sta sicuro, ti offrirà da fare più che tu non creda e più che non comporti il tuo debito. Io condanno il tuo capo ad ogni sorta d'affanno, e tu, pronunciando il giuramento, avvelenerai le tue labbra con tutta l'amarezza della maledizione e ti dilanierai il cuore con lo strazio della vendetta!—lamentò Oldrado.

—Accetto il tormento del corpo e dell'anima, se voi mi credete capace di fortissimi fatti!—esultò Ugo.

—Figliuolo, sì, ti saranno cinti… Ma ricordati: non è solo la mano scabra del padre che ti porgerà gli sproni: un'altra manina, lenta, dilicata, bellissima… La destra di tua madre!—e Oldrado rise con tetra ironìa.

—Requie a lei!… Come? Voi non me ne parlaste mai?
Oggi…?—maravigliò Ugo.

—Perchè sia requie ai morti, vuolsi guerra tra i vivi!

—Padre mio, ditemi! Ed io vi affermo, per la promessa che mi avete fatta, che questa sera medesima mostrerò ai vostri nemici ch' io so reggere l'armi di messer Oldrado!