—Dite vero?

—Vedrete la terza impresa se vorrà essere così scempia: la terza si corre tra messere dal cavallo morello e quello là dal bianco.—

—Chi è quello?

—Evviva lo sposo!

Mi sentii le briglie tra mano e la lancia alla staffa, perchè suonò la tromba. L'ignoto avversario mi venne incontro: alle punte opponemmo lo scudo, ma nessuno colpì, per il che, scagliate le aste, diemmo mano alle spade. Era combattimento di due valentissimi… Quando si levava dalla moltitudine il grido di:—Viva lo sposo!—io l'ascoltavo con tale tumulto di gioia e di spavento di non meritarmelo, che tempestavo di braccia, come un fabbro sull'incude, e l'altro addoppiava la furia verso di me. Maledizione! una volta intesi:—Viva lo sposo!—e fu contrapposto, parmi, da due vociacce sotto il palco di madonna:—Viva il cavallo bianco!—Che fossimo in due a meritarci quel grido? Io non sapevo quale, ma certo si celava insidia! Per il che badavo nel tirare le botte ad accompagnarle col nome di qualche santo. Figliuolo, potei finire una litanìa e ancora incominciarla e ancora finirla: pure nessuno di noi consentiva a cedere, e il giuoco cortese s'avviava ad essere duello a tutto transito, con grandissima festa degli spettatori.

A un tratto l'araldo squillò, come si usa quando si ingiunge di cessare dall'armi. Nessuno di noi obbedì, tanto eravamo odiosi, e, menando quegli ultimi colpi, procuravamo con potente ira che fossero i mortali. Di nuovo la tromba suonò grave, e allora io, tra il dare un fendente, lui tra il pararlo, ascoltammo queste parole:—Cavalieri, per la cortesìa della dama.—E noi lasciammo andare le braccia penzoloni: in quel momento di posa alla tempesta del corpo in me successe quella dell'anima: il perchè io ruggivo domandandomi:—E chi è questo dannato?—In lui, credo, succedesse altrettanto, perchè ascoltai una bestemmia atrocissima verso Dio! Stemmo l'uno contro l'altro, e, se non era l'araldo a porre il suo bastoncino tra noi, io dico ci avremmo scambievolmente fatto contro qualunque tradimento. Eravamo di posizione vicino al palancato di legno e vicinissimo al palco di madonna. Si alzavano d'ogni intorno le grida: chi parteggiava per il morello, chi per il bianco, chi per lo sposo, chi per l'avversario, chi pel sinistro e chi pel dritto. Messer Eude non poteva restare indifferente a tanta lotta di favori, egli già maestro di cento feste d'armi e già vecchissimo guerriero in cento battaglie, si levò… Non so che facesse, tra baroni, perchè io aveva impedita la veduta dalle gocce di sudore, so che udii anche la sua voce:—Lo sposo principiò colla offesa e finì colla offesa…—Madonna del cielo! Se io avessi potuto vedere come si stava Guidinga! Sì, che vidi ad un tratto, vidi che sventolava una ciarpa!

Pesti, ansanti, a fatica retti dai cavalli, prendemmo postura riverente dinnanzi ai gradini della dama, ed ascoltammo l'araldo: questi proclamò, un giudice, messer Eude.

Tra il silenzio Eude parlò:—Da valenti cavalieri. Il giuoco fu aperto con gagliardìa, sostenuto con scienza, finito… No, messeri, finito non può dirsi: pure io, re d'armi, dichiaro che sia finito, e ognuno di voi faccia promessa di attenersi al mio detto. L'accanimento mi piacque! Per il che io dichiaro qui che nessuno dei due combattenti procedette per virtù occulta: ambidue invitati a comparire innanzi al seggio della regina. A me è data facoltà di instituire i premi: lo sposo avrà la ciarpa, il valoroso compagno un bacio di madonna. Così si potrà dire che l'uno e l'altro avranno bene meritato.

Noi due avversari, scavalcati, ci demmo la mano, poi a paro venimmo sotto al palco di Guidinga.

Ella mosse incontro al mio compagno: egli si levò l'elmo… Era messere Adalberto!… Guidinga sorrise!