—Pensiamo ai vivi—rispose irosamente Oberto.

Lamentò Ildebrandino:—Che si è fatto da Aginaldo? Da Gisalberto?
Baldo ancora aspetta coi cavalli! Che aspetta?

In quella quattro uomini, gittando l'armi, venivano per la montagna, abbandonate le macchine e lasciati vilmente i compagni. Come videro i cavalieri e il trombetto Aimone, certo si sentirono a mal punto, il perchè due ad alta voce dissero a giustificazione:—Aginaldo e Gisalberto sono morti! Aldigero, Ugonello, Oddone, sono fuggiti alla valle!—e con artifìcio:—Voi che avete tromba, dove siete stato? Il capitano ci mandò in cerca di voi. Presto, suonate! ad avvisare i saluzzesi!—e si dispersero nel bosco.

—Dio volesse che fosse come voi dite!—lamentò Aimone.

—Pensiamo ai vivi—replicò Oberto con ambizione:—Due dì fa l'impresa fu cominciata da tale che aveva sproni d'argento!

—E con quel tale io la compirò!—comandò lo zio:—Vi faccio cavaliere d'arme! Voi sarete tanto valente che sbatterete la testa di Adalberto sul ponte di Rupemala a orrendo giuoco dei mastini!—e così proclamando in atto di solenne promessa volse il capo nella direzione del suo castello. Una nube nerissima, a vortici rigurgitanti, dal sotto in su insanguinata da riflessi guizzanti, si levò dal basso del monte, roteando nella valle.

—Oberto!—gridò Ildebrandino, afferrando il nipote per un braccio sì fortemente che quasi lo fece staffeggiare:—E non diemmo le mazze sul capo al malaugurato! Guarda! La masnada era corsa la!

Oberto guardò e non riuscì che a dire:—E potemmo lasciare sola
Imilda!

Il trombetto si toccò la spada, dicendo, come ad ammansarli col pensiero di vendetta:—E affermava dunque il vero quel traditore! Ma gli ho pagato l'ambascerìa quanto valeva: tre stoccate sulla testa tanto vecchia e tanto pelata! E ancora parlava! "Ho difeso!" E voleva dirmi il suo nonme, e lo disse, ed io lo bandirò per vitupero dei traditori: Federigo saluzzese.

—Il mio fedelissimo servo!—urlò lldebrandino: e Oberto spronava al suo castello.