CAPITOLO VIII

Una sera (la quinta dal giorno della rotta) Ugo era nella sua cappella parata a lutto, da tre ore cogli occhi fitti nella croce, colle membra invase da una febbre crudelissima.

Finiva appunto di parlarsi così:—Il martirio m'ha addoppiato! Finalmente! Stanotte istessa vedranno i miei nemici chi è Ugo, quando vuole e dev'essere il figlio di Oldrado!—Ed ecco ad un tratto, nello spessore delle pareti, come un rumore di ferri scossi e di ruote scorrenti: certo indizio che si calava al di fuori il ponte levatoio, senza squillo di corno e senza parola data e ricambiata. Che era mai?

Ugo si accigliò: pure continuando ne' suoi pensieri:—Non è giorno di sabato, nè ora da tregenda…. Giuoco d'imaginazione, via!… Chiamerò Bonello: ch'egli faccia apparecchiare gli uomini, e, questa notte istessa vedranno i miei nemici! Ugo ama ed odia una cosa sola: la sua spada!—e se la cercò al fianco, e non avendola, si morse le labbra. Impazientissimo andò verso la porta: ed ecco si abbattè con Bonello che veniva innanzi lentamente e colle mani nascoste dietro le reni.

—Messere,—disse Bonello:—siete disarmato?

—Debbo temere i traditori nel mio castello?—rispose fieramente Ugo, e comandò:—Bonello, fate alzare subito il ponte.

—Ah voi sapete?—e lo scudiero s'avanzava strisciando sulla parete che la lampadetta dell'altare lasciava al buio, e vedendo sull'altra l'ombra della sua persona barcollare gigante, continuava:—Sapete: tante cose le paiono, ma non sono?

—Come a dire?

—Io fui sempre sicuro e fedele.

—Bonello!