—Ma sapete quanto vale la vostra testa? Oggi fu triplicato il prezzo. E voi sapete com'io sia povero diavolo, ad onta dei servigi che ho fatto ad Oldrado.
—Tu! tu ami l'oro! Bonello, questo è castigo d'Iddio! Tu puoi! Ma io ti risparmio il delitto! Ti amò messer Oldrado!—ed Ugo diedesi a chiamare:—Aimone! Aimone!
—È inutile, messere. Ho preveduto, è spacciato, e non risponde più.
—Io non consento, Bonello, che tu perda l'anima in modo così vile! A me!—e prima che Bonello si muovesse di un passo, Ugo tolse un candelliere dall'altare e lo rotò come una mazza:—Potrei ucciderti! Ma nemmanco voglio!—e lo balestrò sul pavimento.
—Messere, colla taglia che avete sul capo c'è tanto da pagare tutti gli uomini del castello. Avete pensato? Noi abbiamo pensato.
—Bonello! m'ammazzi un ribaldo anche pagato da te, ma tu no, no!
E Bonello, come preso da un rimorso:—Ho giurato a messer Adalberto!
—Morire così? Voglio vivere per combattere! Scellerato!—ruggì il cavaliere, e con un lancio balzò all'uscio della cappella, e furiosamente prese giù per il corritoio:—In questa chiesetta dunque così mi si pagherebbe il tradimento di Oldrado!
L'altro sempre a cinque passi gli era dietro bestemmiando:—Ho giurato!
Ugo venne nella corte. Tutto era buio, e poco mancò non inciampasse e fosse trucidato. L'unico luogo che fosse illuminato da una fiaccola era l'androne della porta: Ugo vi si diresse, cogli occhi invano cercando un'arma qualunque: vide aperto il portone e calato il ponte, come era stato fatto per preparare la fuga a Bonello nel caso di colpo fallito, o per preparare il peggio. Ad un camerotto si affacciarono gridando dieci o dodici uomini, e minacciando. Ugo ne atterrò due in un baleno, ma, mentre stava per strappare loro la spada, eccogli vicinissimo quel grido di condanna:—Ho giurato!—Ugo, abbrividendo, si scagliò contro Bonello, e in un fascio tutt'e due stramazzarono sul ponte, e ruzzolarono innanzi sette od otto passi, sì che dalla tavola di legno vennero al ciglione del fossato. Bonello tentava di adoperare il pugnale, ma sotto la stretta del signore non poteva: la lotta divenne accanita per le percosse menate alla cieca. Alla fine Ugo abbrancò il pugnale. Bonello si svincolò, sorse, e prese a fuggire giù da una stradetta. Ugo corse, corse, giù, a fiaccacollo per balze, giù, perdette la traccia dell'altro, precipitò, e cadde rotoloni…. Non ascoltò più…. Quando si drizzò gridando:—Voglio tornare al mio castello!—ascoltò dietro, all'insù, già, lontano, queste grida ubriache:—Viva messer Adalberto!—Ugo si rivolse e vide moltissime fiaccole che giravano intorno alle sue mura e sparivano a poco a poco entrando nel portone.—Adalberto è padrone del mio castello!… Il tradimento era preparato!—disse Ugo, ed imprecò:—Che mi resta? Il mio odio e il mio amore!—e a vece di scheggiare la testa contro un masso per finire il martirio, l'alzò superbissima al cielo.