—Dicono d'Oberto.
Ugo quasi si sgangherò le mascelle.
Continuava l'uno:—Ed ha di già fatto sacramento al vescovo messer
Oberto. Hai veduto la croce sulla pergamena?
Diceva l'altro:—Oberto è un cavaliero valoroso.
E i due si allontanavano. Ugo guardava ed ascoltava. Solo tenebra e silenzio. Ugo fece per alzarsi e seguire i due uomini, ma non potè! Così disteso a terra com'era, si cercò alle reni il pugnale per appuntarselo al petto e poi pregare con religiosi e suicidi contorcimenti: l'atto della supplicazione, credeva, avrebbe celato a Dio il delitto. Non trovò l'arma: allora disse:—È volere del cielo ch'io non muoia così orrendo!—e potè rizzarsi, e salire la montagna.—O Signore—scongiurava:—fammi capitare a Malandaggio! C'è un buon romito nella grotta…. Ch'egli mi ribattezzi coll'acqua del Chiusone!… Nella valle giù…. c'è…. Imilda…. Imilda!… E voglio fuggirla!… Su, su, su, t'arrampica!… Imilda!—e vaneggiando:—Su, su!… È pur triste la strada al paradiso!… Sulla cima m'attende la morte!…
L'eremita era lontanissimo, oltre la valle del Pelice, nella valle del
Chiusone, sul Malandaggio, tra le Porte e il Villaro.
In questi pensieri, smarrita ogni traccia di sentiero, errò tutta la notte….
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Torniamo a Rupemala.
Oberto e Ildebrandino erano divenuti nemici, come si vide, e i nemici in casa sono peggiori di quelli coll'armi alla mano. Ildebrandino pensava:—L'ho colmato di benefizi, come se fosse mio figlio, e speravo tanto d'Oberto! L'avevo bene cresciuto! "Voglio Imilda!" Dopo ch'io gliela avevo concessa' Non doveva, non poteva dire così…. Ma v'è un'offesa maggiore!—Sì, Ildebrandino aveva udito amarissimamente rinfacciarsi la sua mala fortuna di un tempo, e fu trafitto da quel dubbio villano: "Fate che, morendo voi, io abbia un castello o la memoria…." E che aveva soggiunto Oberto? Le esequie? Ildebrandino aveva capegli grigi: pensò e ripensò, e si sentì come maledetto…. Quel giorno in cui Oberto tornò da Saluzzo chiedendo d'Imilda, Ildebrandino rispose:—È mia figlia!—e veramente provò addoppiato l'amore per lei, già lontana, ma sicura. Oberta domandò a tutti per sapere qualcosa, ma invano. Allora lodò lo zio, finse di volersi pacificare con lui, forse per acconciargli più traditora una certa sorpresa che meditava pel dimane, escì con lui a cavallo per vedere dove fossero appiattati i nemici; si rappattumarono un poco, ma sulle loro labbra c'era sempre un'ironia velenosa, sempre quell'espressione—Lascia fare a me—che si mostrava più e più, quand'essi volevano ricacciarla.