All'indomani entrò un frate nel castello e parlò con Oberto, perchè lo zio era uscito coi balestrieri ad apparecchiare una offesa contro Adalberto, che continuamente faceva scorrazzare della cavalleria. Oberto parve assai dimesso, ricevette un rotolo di pergamena dal frate, e lo accommiatò:—Che messere il vescovo ne faccia grazia! Speriamo nella Vergine di Saluzzo. Sì, farò ancora limosina al convento, copiosissima….—Poi tra sè:—Se il papa mi sapesse dire dov'è Imilda?
Ad Ildebrandino nulla fu detto. E quel giorno il cavaliero volle combattere, combattè fino a sera, cessò, e, meditando una certa impresa per la notte, tornò al suo castello, e sembrò riconciliato con Oberto, perchè questi gli fu allato sempre, come un prode. Ildebrandino, cogliendo il momento che Oberto non vedesse, chiamò a sè, in una torre, i figli del vecchio Federigo e di Agnese, e loro disse:—Ritornate su alla montagna e portatemi per domani le nuove di Imilda.
Oberto che era nella corte, da un pezzo meditabondo, vedendo partire i due fratelli, credette che si recassero dai vassalli cogli ordini per la notte: domandò loro:—Dove andate?
E quelli:—Dove vuole messere.
—Vuole lui? Non sempre si è obbligati a obbedire noi—istigò
Oberto:—Vuole?
—Come?
Oberto mostrò loro la pergamena che aveva in petto, parlò sommessamente, rivelando una gran cosa accaduta, e concludendo:—Siete sciolti da ogni giuramento verso lo zio. Obbedite a me che posso salvar tutti! Ditelo ai soldati. Io voglio comandare a tutti loro, se ad essi preme il nome di cristiani e la salute dell'anima.
—Che mistero!—disse uno dei fratelli, avviandosi.
E l'altro:—Non ditelo a mamma Agnese. E se stanotte il dimonio ci gioca!—e fece l'atto di segnarsi colla croce, ma si arrestò lamentando:—Non si può più, e mi trema la mano!
—Che cosa! Quando gli altri la sapranno!