Per tutta la notte Oberto trepidò, senza chiamare aiuto d'uomo. All'alba tolse su lo zio, lo denudò, lo portò nel corritoio, nella corte, lo pose a terra dinnanzi alle finestre della cappella, e lo coperse del drappo nero dei morti, ma senza croce, senza un ramoscello d'olivo, senza una goccia d'acqua, lasciandogli sporgere i piedi unghiuti e i capegli irti. Poi prese una mazza, e tra una finestra e l'altra inchiodò la pergamena che aveva avuto il giorno prima, gettò sullo zio un po' di cenere, e dicendo:—Almeno è morto scomunicato!—lo stette a guardare un pezzo.

Ad un tratto il drappo nero si mosse, e dalle pieghe sporse una mano che ne ghermì la frangia, la strappò, la strappò: apparì fuori il volto di Ildebrandino, paonazzo, furente, soffogato: gli occhi si ficcarono sulla pergamena segnata di croci e di grossi caratteri: si spalancarono, ma furono accecati dalla cenere che vi cadeva dal drappo sempre più scosso dalle mani febbrili.

—Zio!—disse Oberto:—è inutile che chiamiate il becchino. Gli scomunicati come noi giacciono insepolti.

—Ah sei tu? Oberto!—incominciò Ildebrandino, svegliandosi per poco dal lungo sopore:—Perchè non so leggere, come un frate? La vedo lì la condanna, la vedo! Ma nemmeno tu sai leggere: sono contento!

Oberto si piantò sotto la pergamena, esultando:—Non so leggere, ma io l'ho dettata al vescovo di Saluzzo. Ugo è scomunicato sette volte sette: noi una sola: sarà levato il peso all'anime nostre solo quando un cristiano leale sarà padrone di questo castello.

Ildebrandino si contorse tutto, gettò il drappo, e fece per rizzarsi: ma ricadde:—Perchè sono qui?—domandò, e tacque.

—Voi morite così?

—Ah Oberto!

—Morite scomunicato, insepolto? Pensate qual castigo orrendo!
Scomunicato, insepolto!

—E che a me?—delirò il moribondo:—Vedi tu questo drappo? Nera è la morte e senza speranza. Nulla sento, nulla ricordo più!