«Wär' nicht das Auge sonnenhaft,
Wie könnten wir das Licht erblicken?
Lebt'nicht in uns des Gottes eigne Kraft
Wie könnt' uns Göttliches entzücken?»
[65]. Così nell'inno 68º del IX libro del Rigveda è detto che i Pitaras hanno adornato il cielo di stelle (nakshatrebhih pitaro dyâm apin'çan).
[66]. Perciò dicevasi già sul fine del periodo vedico che ogni uomo nasce in quel mondo ch'egli stesso s'è fatto: cfr. Muir, op. cit., pag. 317, in nota.
[67]. Per le credenze popolari germaniche sopra le ossa, veggasi nel primo volume dell'opera di Rochholtz: Deutscher Glaube und Brauch im Spiegel der heidnischen Vorzeit (Berlin, 1867), l'intero libro consacrato al Knochencultus (pag. 217-297).
[68]. Secondo il Nirukta seguìto dal Benfey e dal Muir, bakura sarebbe il fulmine; il Dizionario Petropolitano riconoscerebbe piuttosto nel bakura uno strumento da fiato guerresco.
[69]. Secondo una variante leggendaria dello stesso Veda, Indra, in forma di sciacallo, ottiene dagli Asuri tanta terra quanta ne può misurare con tre passi. Indra, anticipando il miracolo del nano gigante Vishnu, con soli tre piedi misura tutta la terra.
[70]. Cfr. Muir, Original Sanskrit Texts, vol. IV. London, 1873, pag. 59 e seg.