Or è di maggio, e fiorito è il limone;
Ora è di maggio, e gli è fiorito i rami;
Ora è di maggio che fiorito è i fiori;
Noi salutiamo di casa il padrone.
Salutiam le ragazze co' suoi dami.
Salutiam le ragazze co' suoi amori.
Talora i suoni e canti per la festa di maggio sono accompagnati da giuochi; così era in Francia[108]; così ancora in Sardegna e particolarmente ad Ozieri. «I giovani d'ambo i sessi si adunano e siedono in circolo innanzi alla casa d'uno di essi; allora ricopronsi d'un bianco lenzuolo, e collocano in mezzo a loro un canestro in cui ciascuno degli astanti depone un oggetto proprio. Eseguito il deposito, una ragazzina eletta dalla società ad estrarre le cose nascoste, copre il canestro e gli siede accanto. Ma innanzi che la giovinetta s'accinga all'estrazione, una delle fanciulle che compongono il giuoco, intuona una strofa d'una canzone così concepita:
Maju maju beni venga
Cun totu su sole e amore
Cun s'arma e cun su fiore
E cun sa margaritina.
Succede a questa un'altra strofa di felice augurio e di complimento, finita la quale, la ragazza estrae dal canestro un oggetto di cui il proprietario è designato ad accettare il voto e la felicitazione. La cantatrice ripetendo poi la strofa primiera, a quella ne aggiunge un'altra di funesto presagio, che si rivolge e devesi accettare dalla persona, il cui oggetto è contemporaneamente tratto dal canestro. Continuando il giuoco in questa maniera sino alla perfetta mancanza di oggetti, ne avviene che mezza l'assemblea è favorita, l'altra maltrattata»[109].
Questa descrizione di un giuoco della sorte fatta col canestro agevola, parmi, la via a dichiarare una espressione tedesca, molto originale. I tedeschi dicono: einen Korb geben, ossia dare un corbello[110] per rifiutare e particolarmente dare un rifiuto di matrimonio. È probabile che, in un giuoco di sorte, simile a quello che si fa in Sardegna, si lasciasse qualcheduno dei giovani senza regali, ossia col canestro vuoto.
Abbiamo veduto fin qui in quale età si incominci a far l'amore, per fine di matrimonio, e come il canto sia fra noi mezzano di tali amori; mi giova ora ricercare quale stagione dell'anno sia loro più propizia e qual luogo li favorisca meglio.
Trattandosi di usi popolari, conviene studiarli fra il popolo, e particolarmente nel contado, dove il popolo è più di sè stesso.
La vera poesia dei nostri amori vive sulle aie e nelle stalle; la prima conoscenza si fa per lo più sulle aie, quando si batte il grano o si spanna il granturco; si conferma l'inverno nelle calde stalle. Nel Pesarese, per esempio, il giovine leva dal pagliaio una pagliuzza, e si gingilla con essa dichiarando il suo amore alla ragazza, con una di queste tre formole quasi consacrate «A vlet donca to' marit?[111]» V' piac'ria la mi' persona?[112]» «V' piac'ria chesa nostra?[113]» Al che, la ragazza abbassa gli occhi, e, avvolgendosi attorno alle dita le fettuccie dello zinnale o copriseno, risponde, secondo la sua varia modestia e voglia, con un «magara fussa![114]» oppure con un «Santit mal bab o malla mama[115]».
Nel Monferrato, scrive il signor Ferraro[116], nella vigilia di Natale o dell'Epifania, si usa circondare un cerchio di legno di aranci, di castagne, di pomi, e si attacca al solaio. Se la ragazza, a cui un giovanotto offre frutta, accetta dalle mani di lui qualche cosa, si intende che accetti anche di amarlo.
Talvolta, fatta la prima conoscenza ne' campi o sull'aia o alle vendemmie, si elegge come luogo per dichiarare l'amore il sagrato della chiesa. Nell'Osimano, per esempio, i contadini che hanno fissata una ragazza, l'appostano al fine della messa sulla porta della chiesa; e quando ella esce, con un colpo di gomito, le fanno intendere come sospirano per essa.