VI.
Il matrimonio per libera elezione.
Chiamo l'attenzione del lettore sopra un fatto singolare; il maggior rispetto alla donna si nota nelle caste militari. Mentre la figlia del bràhmano, o sacerdote, o legislatore, vien destinata dal padre alle nozze, la figlia del cavaliero è lasciata libera nella scelta dello sposo. L'uomo deve meritare la donna e non la donna l'uomo. Le corti d'amore, i tornei, le giostre del nostro così detto medio evo, ove premio del valore era la mano d'una donna, sono più antiche del medio evo, che le ereditava da più remoti secoli di vita guerriera insieme e patriarcale.
Nell'India, la maniera onde si stringevano matrimonii fra principi e baroni, o cavalieri, o guerrieri che addimandar si vogliano, era detta svayamvara, ossia la scelta da sè, l'elezione spontanea.
Acvalàyana[129], scrittore indiano, ci descrive otto modi di nozze, fra i quali mi paiono meritar nota i seguenti: 1.º quello per cui il giovine fa dono di un paio di bovi e quindi sposa la ragazza, detto matrimonio dei r'ishi, (che ricorda il matrimonio bràhmanico e degli antichi Germani[130]); 2.º quello per cui il giovane sposa la ragazza, dopo che i giovani si sono fra loro piaciuti, anche senza il consenso dei parenti, detto matrimonio alla maniera de' ganharvi[131] o svayamvara, e in uso presso i guerrieri. Di questa seconda forma di matrimonio abbiamo nella letteratura indiana parecchi esempi illustri; così la ninfa Çakuntalà sposa il re Dushyanta, la principessa Damayantì il re Nala, Sità il principe Ràma, Dràupadì il guerriero Arg'una, Devayànì il re Yayàtì, il quale ultimo tuttavia ricusa[132], perchè stima, da quel pio re e devoto ai sacerdoti ch'egli è, che il padre solo abbia diritto di disporre della propria figlia. Nel Mahàbhàrata, vien detto che il matrimonio, per via di svayamvara, ossia in cui la fanciulla si elegge lo sposo che più le piace, è caro ai poeti[133].
Di fatto, i poeti hanno nella descrizione di tali scelte nuziali occasione di sfoggiare tutta la loro arte. Le assemblee di principi, nelle quali la giovine principessa si elegge lo sposo, le prove che i pretendenti hanno a dare del loro valore, l'incoronamento dell'eletto per parte della fanciulla[134], sono un campo ove l'immaginazione del poeta può accendersi e animare al nostro sguardo pitture vivissime. Poichè raro è che uno svayamvara non sia accompagnato da una gara di valore fra i contendenti. La sposa si ha da conquistare. Indra con la forza conquista Sità, nel Rigveda, Ràma suo successore, nel Ràmàyana, la conquista per mezzo della prova di un arco meraviglioso, cui nessuno riusciva a trattare; Bellerofonte, per varii cimenti superati, conquista la figlia del re Proeto. Alla sposa de' poeti e de' racconti popolari piace lo straordinario; perciò lo sposo deve mostrarsi mandato dal destino, o predestinato con qualche miracolo; chè, secondo il proverbio, gli sposi Dio li fa e poi li accoppia[135]. E di grandi miracoli sono autori gli sposi delle leggende care al popolo; tale, per esempio, il Sigifredo e il Sigurd dell'epopea germanica e scandinava. I contendenti scommettono l'impossibile[136], e alcuno si trova pur sempre che deve vincere.
In una novellina greca[137], ove tre fratelli vincono tutti, il re non sapendo decidere chi di loro meglio valga, per levare di mezzo ogni invidia, sposa esso stesso la fanciulla disputata.
Nel Pan' c' anada (odierno Pengiab), i Greci d'Alessandro avevano notata una tribù, presso la quale i giovani e le ragazze si eleggevano da sè stessi in matrimonio. La tribù doveva al certo essere guerriera, come ce lo confermano gli odierni bellicosi principi e briganti Rag'puti, i quali, malgrado il vicinato degli Inglesi, assai gelosi delle loro antiche tradizioni, non hanno dismesso il poetico uso dello svayamvara. Il signor Chiefalà, nella sua Descrizione della città di Benares[138], scrive: «Quando una principessa di Ragaa (tribù reale) era in età di maritarsi e le si dava il permesso di scegliersi lo sposo, allora veniva condotta in un giardino ove si trovavano radunati molti giovani della sua tribù, fra' quali lo sposo a suo piacere essa indicava. L'uso della cerimonia per manifestare il loro assenso era il seguente. Tenea essa una ghirlanda di fiori, la passava al collo di colui che volea per isposo, il giovane la riceveva ed in segno di acconsentimento la teneva al collo senza restituirla, e con ciò l'accordo era fatto, e si sposavano. Questa usanza esiste ancora al giorno d'oggi e si pratica presso i Marattes, e dovunque hanno essi dominio proprio.» Nel così detto nostro medio evo, lo svayamvara doveva essere pure in onore presso certe tribù slave e presso i Tedeschi e gli Scandinavi. Io lo argomento, per le prime, da un bel canto popolare russo, che ricevo da Tarszok, evidentemente antico, il quale dice:
Io sedeva nel castello,
Io infilava le perle
Sopra il rosso velluto.
Non so di dove, arrivò uno splendido sparviere,
Egli agitò l'ala destra,
Egli toccò il piatto,
Il piatto d'argento,
E disperse le grosse perle
Fino all'ultima,
E la fanciulla incominciò a piangere,
Mentre le stava innanzi il padre.
«Non piangere, fanciulla mia,
Io inviterò per te i principi, i boiari;
Essi raccoglieranno le tue grosse perle,
Fino all'ultima.»
Quanto ai Tedeschi, sono un documento sufficiente, per dire dei più noti, i Nibelunghi, come per gli Scandinavi, le Edda e la saga di Ervora, e per i Franchi, i Reali di Francia, dove il re Erminione fa bandire un torneamento, al quale intervengono molti signori per isposare Drusiana. È uno svayamvara il matrimonio medievale della principessa Teodolinda col re Autari suo ospite.