Questo abuso è il così detto morgincap che ci offrirà soggetto d'un capitolo a sè, nel terzo libro di quest'opera; qualche Statuto, di fatto, lo nomina esplicitamente, come, per esempio, quello di Casalmaggiore[248]; ma l'occasione di levar via l'abuso, o l'eccesso, fece abusare ed eccedere il primo anonimo legislatore statutario ed i suoi pedissequi anonimi imitatori, con la stranezza de' loro rigori proibitivi. Il morgincap e la pompa eccessiva delle nozze potevano veramente perturbare l'ordine economico delle famiglie; ma lo scambio di doni che l'onesta allegrezza d'una festa domestica consigliava e consiglia agli sposi ed ai loro parenti ed amici, non riuscendo pericoloso, fu cagione che il divieto di esso, malgrado il solo pretesto di correggere la vanità femminile, e il lusso smodato, come appena la legge veniva promulgata, incontrasse il ridicolo[249].
XVI.
La dote.
La dote può essere di tre maniere: l'una è quella che la sposa può ricevere dalla propria famiglia, chiamata perciò dalla legge longobardica col nome di phaderphium; l'altra è una specie di riscatto della sposa che lo sposo fa, pagando alla famiglia di lei una grossa somma per impossessarsene: il che i Longobardi chiamavano mundium, ossia il diritto di tutela che dal padre passava al marito, ossia il diritto di farsi mundualdo[250]; gli corrisponde, in parte, la nostra controdote. Il terzo caso di dote è quello in cui, sopra l'erario pubblico, si mandano fanciulle a marito con dote.
Abbiamo da Erodoto che, presso gli antichi Veneti, i giovani garzoni i quali pigliavano moglie versavano al pubblico erario una piccola somma, con la quale si dotavano le povere fanciulle. E una reminiscenza di questo uso antico mi sembra il decreto emanato dalla repubblica veneziana, affinchè per rendere più solenne la cerimonia delle nozze «dodici fanciulle di condotta irreprensibile e di non comune avvenenza, tratte dalle famiglie più povere, venissero dotate dalla nazione e andassero all'altare accompagnate dal Doge stesso rivestito del suo regal manto e circondato del pomposo suo seguito»[251].
Dove manca lo Stato, perchè lo Stato è il principe, si incontrano alcuni casi capricciosi di doti fatte a povere fanciulle da principi; così, presso il Bandello, Ottone III dota la onesta Gualdrada di tutto il Casentino e di parecchie Castella in Val d'Arno, Piero d'Aragona dota le due figlie di messer Lionato, e, presso il Boccaccio, Carlo d'Angiò dota le due figlie di messer Neri.
In antico, la vera dote era quella che il marito faceva alla moglie o ai parenti di essa, i quali volevano rimborsarsi de' servigi che perdevano. Nell'India antica, la mercede consisteva oltre alla moneta çulka, in tori o vacche, il qual dono poi il prete sacrificatore ripeteva per sè. Che presso gli antichi Greci il marito dotasse la moglie, lo prova ad evidenza un passo dell'Iliade[252], ove Agamennone offre per isposa una delle sue figlie ad Achille, senza ch'egli si dia l'incomodo di dotarla. Presso i Romani, la cerimonia della coemptio prova che il marito dovea pure comprare, in certo modo, la moglie; ma, alla sua volta, questa era ordinariamente dotata, per una ragione che ci viene espressa da una risposta di Lesbonico, nel Trinummus di Plauto[253], ove parrebbe al giovine che, se egli non dotasse la propria sorella, questa dovrebbe reputarsi più tosto concubina che moglie. E che la dote portata dalla moglie al marito fosse in Roma uso antico, lo argomentiamo dai tre assi che già al tempo di Varrone[254] le spose doveano, per tradizional consuetudine, nell'andare a marito aver seco, uno cioè per simbolo della dote, e gli altri due per l'offerta sacrificale. L'emptio adunque era reciproca, e però il nome di coemptio, e la formola solenne: Ubi tu Caius ego Caia che Plutarco ci spiega così: Ove tu signore e padron di casa, anch'io signora e padrona di casa. La qual formola tanto simpatica non trovò poi presso il Diritto romano quella conferma ed applicazione che ottenne in realtà presso altri popoli che una tal formola non possedevano, come, per esempio, i Germani, appo i quali, come nell'odierna Svizzera, era senza dubbio il marito che dotava la moglie[255], e pure la moglie veniva rispettata come sacra.
In generale, l'uso indo-europeo porta la dotazione della moglie per parte del marito. Presso i Franchi, lo sposo nel mettere in chiesa l'anello alla sposa, ripeteva dopo il prete: «con questo io ti sposo» e versava tre danari nella mano destra o nella borsa della sposa (lasciando gli altri dieci al prete) e con ciò diceva: «e vi doto de' miei beni»[256].