Lo stesso uso vige fra la gente tartarica; presso gli antichi Finni, i Turchi e i Turcomanni odierni lo sposo compra la sposa. Gli ultimi, anzi, per informazione del signor Blocqueville, hanno prezzi varii secondo la forza e la bellezza della sposa[257].

Nell'odierna Italia, il contado di Atri mi sembra conservar traccie dell'uso di comprar la sposa dal capo di famiglia, il quale non lascia menar via la figlia, se prima non gli vengano consegnati in dono uno o più polli.

Ora sarebbe difficile il giudicare quale de' due usi sia stato migliore, visto che la compra della sposa che si faceva in Germania non toglieva alcun rispetto alla donna e la dote solita a darsi dai Romani alle figlie affinchè non paressero concubine, non tolse che la donna romana venisse considerata assai da meno che il vir. Certo che la prima origine dell'uso è barbara; ma l'uso restò in Germania solamente pro forma, mentre a Roma, dove la forma, per una specie di pudore, si modificò, lo spirito dell'uso religiosamente si mantenne. Un sentimento invece di vera civiltà progrediente spira negli Statuti e nelle antiche consuetudini dell'Istria, dove il fratello, per legge di giustizia, divide in parte uguale il patrimonio con la sorella che va a marito, ed il marito mette i suoi beni in comune od a metà con quelli della moglie. Ecco in qual modo si esprimono gli Statuti Municipali di Cittanuova[258]: «Per casion, che in le parte del Istria se contrage multi matrimoni delle quali non se fa algun istromento, volemo che tutti matrimoni fatti, e contrati in Zidanoua, e per lo so destreto, se intenda esser fra e suor.» Il qual passo, per sè, mi sarebbe riuscito alquanto oscuro, se non veniva a dichiararmelo il riscontro con un altro degli Statuti Municipali di Rovigno[259], che dice: «Costume et consuetudine antica è d'Histria la quale approvemo et laudemo, et però statuendo ordenemo, che tutti li matrimoni sino qui contratti, et che de coetero legittimamente si contrazerano in Rovigno, et destretto di questa natura esser se intenda come per matrimonio marito et moglie, fradello et sorella essere se dicernono in questo, massime, che in universal beni mobili et stabili, ragion e ation tutte al tempo del contrazer matrimonio speranza esser roba, et la qual si acquistasse per essi, overo ciascun titolo, modo ragion overo cagion come fratelli si intendano; cioè che tutti gli beni, ragion et ation siano tutti insieme per essa ragion per mità, salvo se convention per special patto fra gli preditti fatto non fosse in contrario.» Il che si conferma pure dal capitolo 79 de' medesimi Statuti, dove si prescrive «se tra do sarà copula de matrimonio secondo l'uso della provincia dell'Histria, et come è ditto avanti et alcuni di quelli vorrà allegar in ragion non esser maridada e frà et suor, non sia aldìto nissuno di loro matrimonio, se non per pubblico instrumento fatto per mano di pubblico nodaro, et se altram.te fosse fatto sia di nissun valor.».


XVII.
Il corredo.

Vi son luoghi parecchi, ove la dote non si richiede dal marito nè dal padre, e si domanda invece dal primo e si concede o si desidera spontaneamente dal secondo che la sposa si rechi al nuovo suo soggiorno abbondantemente fornita di tutto ciò che deve bastare a vestir sè e ornare la casa maritale. Questo che ora è un supplemento, ora un complemento alla dote chiamasi fardello in Piemonte, sa robba (ossia la roba) in Sardegna, l'addobbo nell'Abruzzo Teramano, il corredo o i corredi in Toscana, i quali ci sono così definiti dagli Statuti di Lucca[260]: «Sono i corredi, secondo il comune uso di parlare, quelle vestimenta, locali et beni mobili, i quali porta seco la donna a marito in tempo di nozze.»

Mi piace osservare, come già nell'inno vedico, intitolato sùryàsùkta[261], abbiamo una specie di corredo nuziale nel cofano (koça), nel coltrone (upabarhan·am) e nel belletto (abhyan' g' anam) che la sposa porta con sè, mentre viene condotta alla casa dello sposo.

Il cofano, il letto, e l'occorrente per la teletta sono pure indispensabili a quasi tutti i nostri corredi. Il coltrone, e talora più d'uno, vuol essere sempre di lana, il cofano o baule può essere supplito da un cassettone o da una guardaroba. Questo cofano poi suol mettersi a' piedi del letto nuziale, come per suo compimento. I letti talora son due, come raccolgo da un atto del 1184; ad un Fulcone che prende in moglie la sorella di certi Balzamo e Nicola, questi promettono fra l'altre cose «duos lectos francinscos, duas culcetras de lana, duos plumagios de lana plenos»[262].

Il letto è veramente la parte essenziale del corredo nuziale, e che ciò fosse pure tra i Romani parmi potersi chiaramente rilevare da un passo di Cicerone, nella sua orazione pro Cluentio[263].