Ne' dintorni di Bolzano (Trentino), due ragazzi sostengono due vasi pieni di vino; il prete versa da bere allo sposo e alla sposa, che bevono allo stesso bicchiere; quindi si fanno bere tutti gli astanti.

Tutto ciò fa parte del cerimoniale sacro; ma vi sono usi, i quali, anche non presente il sacerdote, restano sacri, tenendo le parti del sacerdote il padre. Così, se gli sposi non divisero i cibi e le vivande in chiesa, lo faranno appena giunti a casa.

Nella valle di Susa, gli sposi mangiano allo stesso piatto e bevono allo stesso bicchiere[326].

Lo stesso uso vive in Sardegna[327] e presso il Lago Maggiore.

L'indiano Gobhila scrive d'un cibo sacrificale, che nel secondo giorno delle nozze gli sposi dovevano mangiare insieme, e il Weber[328] annota come nell'antiche usanze del settentrione, e in Colonia, e ne' Siebenbürgen gli sposi bevono allo stesso bicchiere.

Nell'Indocina[329], al banchetto nuziale gli sposi mangiano allo stesso piatto; così, generalmente, nell'India odierna, al banchetto che si fa nel quarto giorno delle feste nuziali.

Marco Cralievic', l'eroe de' Serbi, fra gli altri doni che egli reca alla sposa, ha pure una ciotola, nella quale egli deve bere con essa; e sappiamo da Quinto Curzio[330] come, presso i Macedoni, gli sposi spartissero con la spada lo stesso pane, ed insieme lo gustassero.


X.
Intorno all'Altare.

A simboleggiare il viaggio della vita che i due sposi insieme faranno, l'antico sposo indiano pigliava per mano la sposa e le faceva fare tre giri intorno all'altare, dicendo: «Vieni, sposiamoci, facciamo figli. Uniti d'amore, gloriosi, contenti, viviamo cento anni.» Gli stessi giri intorno all'altare compievano gli sposi romani, mentre innanzi alla sposa, per augurio di fecondità, si portava il farro. Nelle nozze russe, i due sposi tengono da una mano una candela, e, pigliandosi per l'altra mano, fanno pure tre giri intorno all'altare; quindi si baciano. Un'altra cerimonia somigliante era quella de' sette passi della sposa indiana verso il nord-est, per ciascuno de' quali lo sposo faceva un augurio; all'ultimo, egli diceva: «fa l'ultimo passo come amica; siimi affezionata; possiamo noi aver molti figli e questi diventino vecchi.» Il che detto, come gli odierni sposi russi, così gli indiani accostavano volto a volto. Al Weber[331] i sette passi indiani richiamano pure in mente i sette salti dell'uso nuziale germanico. Quest'ultimo uso, meglio che il viaggio in comune degli sposi, può forse indicare soltanto che la sposa sta per fare il gran passo. Il salto della sposa ebraica ha forse il medesimo significato, se pure non è un semplice salto di gioia, come quello di Bigio, nello Stufaiolo del Doni[332].