XIV.
Allegrezze perchè si fa la sposa.
In Germania, la vigilia delle nozze, i ragazzi rompono tutte le vecchie stoviglie della casa, levando grida di gioia. A Gallarate e Turbigo, in Lombardia, il più ardito vicino entra di soppiatto nella stanza ove la compagnia nuziale festeggia, e getta in mezzo ad essa una scodella di terra, che naturalmente va in pezzi; dalla strada allora i ragazzi fanno strepitosamente evviva alla sposa. Nel Fanese, la suocera presenta alla sposa una pentola piena di cenere e di cattive erbe; la sposa la butta in terra; e quanto più minuti pezzi se ne fanno, più il matrimonio sarà felice e fecondo. In generale, per tutta Italia, si ha per buon augurio che in giorno di nozze si rompa qualche cosa. Ed è troppo evidente di quali guasti sia simbolo, una tal cerimonia, perchè io abbia bisogno di interpretare il malizioso proverbio Perugino: «se si rompe qualche cosa è male per la sposa.»
Ai ragazzi che fanno festa agli sposi, soglionsi ancor gettare confetti, ciambelle e noci, che ricordano le nuces juglandes de' Romani. Allora i ragazzi se ne vanno via contenti e le loro grida risuonano soltanto di lunghi evviva. Ma guai se si tardi o si neghi ai gridatori il dono; le grida si fanno insolenti; non si rompono più cocci, ma vetri e tetti, e si fa ingiuria alla sposa, come se questa nell'unirsi ad un uomo, abbia incontrato la massima tra le vergogne. Già Astolfo re dei Longobardi poneva una multa per impedire in Italia l'abuso di gettare immondizie sopra la sposa[347]. Gli Statuti di Firenze del 1415[348] proibiscono che si gettino sassi contro o sopra la casa, dove le nozze si fanno; gli Statuti di Città di Castello[349] vietano che si gettino pietre, o immondizie o si faccia strepito alla casa di chi fa nozze; un decreto finalmente della Repubblica Veneta del 1562[350] ha quanto segue: «Nelle feste che si faranno di nozze, come di compagnie, et di cadauna altra, siano del tutto prohibiti li festoni sì a porte et fenestre come in ogni altro loco, nè possano usarsi tamburi, trombe squarzade, et simili instrumenti, nè meno alcuna sorte di codette, o altra artiglieria.» Pure lo sparo di mortaletti, schioppi e pistole e il suono di campane continua ad accompagnare la festa nuziale in molti luoghi d'Italia, come pure in Germania; ma non in segno di spregio alla sposa, sì bene di festa. I giocolieri o troctingi medievali sono sostituiti dai presenti torottotela subalpini e buffoni marchigiani, e montenegrini[351], i quali accompagnano il suono e il canto di movimenti assai grotteschi; anzi, presso Novi Ligure, il buffo è lo sposo medesimo, il quale precede la comitiva, spiccando salti meravigliosamente bizzarri, fra gli evviva della folla. Il violino e la viola sono poi gli ordinarii strumenti coi quali si rallegra ora la marcia nuziale ne' contadi d'Italia, se bene dei tamburi accennati nel decreto della repubblica veneta vi siano ancora vestigia tra noi[352].
Nella marcia romana e greca, le tede o fiaccole, simboliche del fuoco domestico e del fuoco generatore acceso dalle madri, ornavano la pompa nuziale. Nell'uso moderno, gli sposi non portano la candela fuori della chiesa, gli Slavi, e i Tedeschi che ne fanno uso, avendo per costume di donarli al prete, come gli Italiani del medio evo[353]. È singolare tuttavia l'uso di Civita di Penne, ove, all'uscire degli sposi dalla chiesa, si presenta un uomo con una grande paniera, adorna di dolci e nocciuole infilate, sul capo, e in mezzo alla paniera un grosso lume.
All'uso delle tede nuziali vuolsi evidentemente ascrivere l'origine della burlesca espressione italiana far lume, che vuol dire assistere a bocca asciutta al godimento degli sposi o innamorati.
Nell'India ancora, si porta una lampada accesa, mentre la sposa muove alla dimora dello sposo, qualunque sia l'ora del giorno, non volendosi, di certo, sopprimere al fuoco il suo simbolo, che in questo caso, non è tanto d'illuminare quanto di augurare alla sposa vigilanza e fecondità; così, nell'India vedica, gli sposi si facevano precedere dal fuoco nuziale che non doveva estinguersi mai; e una formola conservata dall'Atharvaveda[354], da recitarsi mentre la sposa entrava in casa, le raccomanda il fuoco e l'acqua, come l'uso romano voleva che la nuova sposa fosse accolta con acqua e fuoco. Quanto all'origine della cerimonia, è possibile che sia mitica; l'aurora, la prima delle spose, la sposa del sole, ci presenta anch'essa alle sue nozze un fenomeno di fuoco ed acqua, ossia di luce e rugiada.
XV.
Il rapimento della sposa.
Risaliamo qui ancora al mito, ed all'epopea che ne deriva. In questa prima tra le creazioni artistiche dell'umano intelletto, il Dio o l'eroe si conquista la sposa, sottraendola al suo guardiano, che la tiene occulta. La giovine sposa, allieva delle fate, cresce nelle tenebre; il giovine sposo, altro allievo delle fate, esce anch'esso dalle acque tenebrose[355]. Il giovine sposo, sottrae alle tenebre la giovine principessa, ossia la rapisce ai draghi, ai demonii; e in altre parole più brevi e intelligibili, il sole sposa l'aurora, la figlia della notte. Questo è il più frequente motivo mitico ed epico. Ed a questo motivo io riferisco la cerimonia del rapimento che occorre talvolta nell'uso nuziale indo-europeo. Gli scrittori romani, notando l'uso, vollero spiegarlo come una reminiscenza dell'antico ratto delle Sabine; e trovarono a' dì nostri, molti critici, che ripeterono senz'altro quelle stesse origini dell'uso. Ma chi consideri come il ratto delle Sabine sia un avvenimento del mito, e non della storia, e come Romolo sia l'eroe dell'epopea latina, e però stia fuori degli avvenimenti terrestri[356] e chi consideri ancora come, presso altri popoli, i quali non ricordano nella loro storia alcun ratto di Sabine lo stesso uso si conserva, non vorrà confermare un pregiudizio che nacque in tempo in cui il cielo mitologico era chiuso alla critica quanto e più forse dell'astronomico.
Il principe degli sposi, lo sposo visibile d'ogni giorno, lo sposo celeste, lo sposo alle nozze del quale con Sùryà è dedicato un intiero inno vedico, i cui versetti servirono poi nell'antichità indiana di formole per il cerimoniale delle nozze, il sole, insomma, servì di modello agli sposi. Egli sposa l'aurora e la rapisce dal potere sinistro de' genii della notte: l'aurora versa la rugiada; la sposa rapita deve necessariamente piangere. Ma il sole rasciuga la rugiada; lo sposo non piange, ma rasciuga il pianto della sposa. L'uso ed il fenomeno celeste, a vicenda, si dichiarano.