Vediamo ora come quest'uso siasi mantenuto. Dionigi d'Alicarnasso lo chiama greco ed antico[357], ed è noto come a Sparta la cerimonia nuziale fosse un vero rapimento che lo sposo faceva d'accordo coi parenti. Nel rito romano, ai tempi di Catullo[358] il marito fingeva di rapire dalle braccia della madre la sposa. La stessa finzione si rinnova nell'uso nuziale sardo; e a Casalvieri, nell'Arpinate, la forma del rapimento è questa:
«Lo sposo accompagnato dai parenti trova chiusa la casa della sposa; nè, per picchiar ch'ei faccia, alcuno lo sente; onde, tutto smanioso, ne domanderà i vicini che rispondono di non saperne nulla. Allora egli si aggira per quei dintorni ed, in un fosso, troverà una scala a piuoli rotta in qualche parte; egli, racconciatala, con questa sale per una finestra nella casa della sposa. Dopo molto cercare trova la sposa nascosta in qualche cantuccio, e con essa egli discende ad aprire la porta della casa tutto festante ed allegro. Allora il padre e la madre della sposa gli dicono: «Or che l'hai ritrovata l'hai meritata», ed il padre di lui presenta innanzi la porta della casa ai genitori della sposa una coscia di pecora, dicendo: «ecco la carne morta e dateci la viva[359].» Dopo di ciò, la sposa viene benedetta e consegnata allo sposo, che la mena verso la sua dimora.
La stessa cerimonia del rapimento è nell'uso Turanico. Per l'Ungheria, me lo fa supporre la consuetudine che vi si mantiene del serraglio[360]; per i Turcomanni, il Boqueville attesta come, dopo una viva lotta simulata fra gli amici dello sposo e i parenti della sposa, questa, resistente, viene portata via, di fuga sopra un tappeto; per i Finni è ancora il Kalevala che ci istruisce. Lo sposo finnico come l'indiano e lo slavo viene o manda a pigliar la sposa con un carro tirato da cavalli. La sposa piange a lungo e non sa decidersi; la madre le rimprovera quell'abbandono; un fanciullo la consola; le comari la consigliano intorno ai doveri; alfine lo sposo mena via la sposa ed i ragazzi cantano: «Un uccello nero è venuto dal fondo della foresta fino a noi, e ci ha rapito una bell'oca.»
XVI.
Il serraglio.
Allo sposo rapitore è naturale che parenti, amici, vicini, conterranei contrastino la sposa rapita; quindi, per la sposa rapita, si armano le guerre epiche; e dal mondo epico-mitico l'uso popolare ha derivato, fra gli altri impedimenti nuziali, la cerimonia del serraglio, con la quale s'impedisce l'allontanamento della sposa.
Nell'India antica, parecchie ragazze cercavano trattenere con varii scherzi lo sposo mentre egli veniva a pigliare la sposa; e lo sposo le placava con doni.
Così, in Russia, sono ancora le fanciulle che arrestano lo sposo prima ch'egli arrivi alla chiesa; e lo sposo le manda via contente con moneta spicciola e pan pepato.
Quando lo sposo, nell'Heideboden in Ungheria[361], conduce via la sposa, la gioventù del villaggio con un nastro di seta impedisce la via; gli sposi si riscattano con un bicchiere di vino e un po' di pane, sebbene, alla prima, il procuratore della brigata dimandi assai più.
Questa cerimonia è chiamata generalmente in Italia fare il serraglio, in Corsica, far la travata o far la spallera, nel Pistoiese, far la parata, nella Valtellina, far la serra, nel Tarentino, fare lo steccato[362] od anche fare la parata[363], e in parecchi luoghi del Piemonte, fare la barricata.