Tuttavia i più solenni sacrificii nuziali erano in onore di Giunone; in essi, toglievasi alla vittima il fiele e lo si buttava via, per significare come ogni amarezza dovesse star lontana dalle nozze[412].
A Roma era considerato come di buon augurio il fulmine per le nozze, probabilmente per la stessa cagione che faceva ai Germani preferire il giovedì o donnerstag, giorno del fulmine, per la celebrazione del matrimonio[413]. Ma il fulmine dovrebbe, a quanto sembra, non menar pioggia, poichè un proverbio tedesco dice: se il giorno delle nozze piove, la sposa non ha nutrita bene la gatta. Altre superstizioni vivono ancora circa le nozze in Italia e fuori.
A Mineo, in Sicilia, per esempio, gli sposi inginocchiati all'altare devono levarsi insieme, poichè morrà prima chi primo si leverà. Altro uso somigliante, che vigeva già sotto forma poco diversa a Roma[414], si osserva nell'Umbria, a Novi Ligure, a Lomello, e nelle Langhe di Alba Monferrina, ove gli sposi entrano nella camera nuziale ciascuno con una propria candela accesa ed insieme la spengono, o la fanno spegnere dalla madre dello sposo o della sposa, perchè il pregiudizio è ancora diffuso, che morrà prima quello il cui lume si sarà spento prima. A Novi Ligure, stanno ancora attenti gli sposi alla prima persona che l'indomani delle nozze viene a visitarli; l'augurio è tristo, se questa persona sia un vecchio od un prete. A questi incontri per via in nessun luogo si dà nondimeno tanta importanza, quanto presso gli Indiani ed i Brettoni. Nell'India se il padre dello sposo, mentre va a fare la chiesta, si abbatte in un gatto, o in un serpente, o in uno sciacallo, forse pure in un corvo, che sappiamo essere anco per gli Indiani uccello di sinistro augurio, torna indietro e rinuncia o pure elegge altro giorno più fortunato. Così, tra i Brettoni, se il bazvalan, mentre va a fare la chiesta, incontra una pica od un corvo ritorna sopra i suoi passi; egli procede invece lieto innanzi se ode il grido della tortora, la quale abbiamo già veduto di sopra[415] accompagnare spesso gli sposi. In Russia e in Germania si crede funesto il matrimonio quando il carro nuziale incontra una lepre, ossia quando la lepre va contro il carro. L'origine di questa credenza è, senza dubbio, indiana. Uno dei frequenti appellativi sanscriti della luna è quello che porta la lepre; la lepre che attraversa il carro nuziale vale quanto il fare le nozze quando la luna non è propizia, ossia nelle fasi tenebrose della luna.
II.
Giorni per le nozze e loro durata.
Nel capitolo intorno ai cibi e banchetti nuziali, vedemmo come a Riva di Chieri e nell'Albese si banchetti tre giorni, ma al terzo giorno soltanto si mangi il tacchino. Con ciò s'intende che la giornata vuol essere grassa; grassi i cibi, grassi i discorsi, grasse le opere; lo spirito è vinto dalla carne; o, in una parola più esplicita, il matrimonio si consuma. Ma, perchè tre giorni d'attesa? Perchè l'uso indo-europeo è questo. E perchè sia tale l'uso indo-europeo, Gobhila, antico autore indiano, ci mette in via d'indovinarlo. «Dopo tre notti, egli scrive, ha luogo la copula, dicono gli uni; tempo opportuno per la copula è il momento in cui alla sposa che si trova nel mese è appena cessato il sangue.» Il mese lunare e il mese delle donne facendosi corrispondere, si comprende ancora perchè dagli antichi si preferisse per la celebrazione de' matrimoni il plenilunio e il novilunio, e la luna o Lucina ne fosse la proteggitrice. Celebrandosi poi i matrimonii, appena la fanciulla divenisse matura, si capisce perchè si ponesse tanta attenzione a que' tre giorni famosi, e all'indomani soltanto de' tre giorni le nozze si consumassero.
Col tempo, serbandosi l'uso, se ne dimenticò la ragione; l'uso medesimo, per questo stesso obblio della sua origine, a capriccio de' preti si abusò, qual mezzo di penitenza, imposto agli sposi. Così, nell'India stessa, secondo il commentatore Pàraskara, si danno già, oltre all'astinenza delle tre prime notti, astinenze di sei, di dodici notti ed anche di un anno. Così il professor Cristoforo Baggiolini mi scrive che un certo parroco del Vercellese imponeva per ordinaria penitenza ai nuovi maritati di astenersi per dieci, quindici ed anche venti giorni dal far letto comune; a Gallarate e Turbigo gli sposi rimangono divisi per otto giorni; in Valtellina usano fare omaggio alla Vergine de' gaudii maritali ritardati per tre notti. Così una misura semplicemente igienica, al modo stesso che il divieto assoluto di ogni carne nell'India e della carne porcina presso gli Ebrei, e pel venerdì e sabato, della carne grassa presso i Cristiani, divenne un comandamento religioso. Nel medio evo, in Italia, era generale l'uso tra gli sposi di fare un po' di astinenza, ma, come rilevo dal Muratori, non tanto per conformarsi all'uso oramai invecchiato, quanto per obbedire al precetto della Chiesa[416]. In Grecia, passavano pure generalmente tre giorni prima che gli sposi consacrati si unissero[417]; e lo stesso avveniva in Roma[418]; il cristianesimo vi mise di suo una nuova superstizione; lasciò credere, cioè, come in Germania[419] si crede, che le tre notti di astinenza siano necessarie per iscacciare il Diavolo e salvare la povera anima. Nelle Edda, «Gerd piglia tempo nove notti prima d'acostarsi a Frey. Frey risponde al messaggio: una notte è lunga, due son più lunghe; come passarne tre?» È noto come, nelle Edda, il numero simbolico nove, tiene quasi sempre il posto del tre. Nel Belgio la stessa usanza; e presso i Turchi ancora lo sposo si unisce con la sposa solamente il quarto giorno[420].
In Italia, noto la presenza di quest'uso a Riva di Chieri, ad Alba Monferrina, nel Milanese, nella Valtellina, nel Pesarese, nel Fanese, nell'Osimano, nell'Umbria, nel Teramano, e nell'Arpinate. Nel Genovesato lo osservava fin dal secolo decimoquarto il Sacchetti[421].
Ma se gli sposi acconsentono a darsi tanta mortificazione, cercano poi la via di alleviarla, occupando i tre giorni di astinenza con feste. Ed ecco, per qual motivo le feste nuziali sogliono in parecchi paesi durare più giorni; ecco per qual motivo, se incominciano il lunedì, finiscono il giovedì, se incominciano il giovedì, finiscono la domenica, se incominciano il sabato, finiscono il lunedì; esse hanno da durare da tre a quattro giorni; ma non è caso che alcuna festa nuziale, fatta secondo il rito, s'incominci in Italia di mercoledì o di venerdì.
Il venerdì essendo giorno di magro, non è possibile che in detto giorno si pensi ad un connubio; per il mercoledì, alle Langhe di Alba Monferrina, corrono due proverbi: sposa mercorina è peggiore della brina, e sposa mercorina fa andare il marito in rovina. Il lunedì in vece, ossia il giorno sacro alla luna, il giovedì, ossia il giorno sacro a Giove tonante, e la domenica o il giorno del Signore, giorno del sole, sono considerati come propizii. Quanto al venerdì, sembra sia stato escluso dal solo ricordo cristiano della passione di Cristo, in memoria della quale si impose il digiuno; poichè, al contrario, come giorno sacro a Venere dovea esso preferirsi nelle nozze; e di qui spieghiamo perchè il venerdì, o giorno di Freia, sia ancora in Germania uno de' giorni prescelti per le nozze[422], ed anzi precisamente il giorno in cui gli sposi si uniscono[423].