Detto de' giorni, può giovare il conoscere quali stagioni l'uso indo-europeo preferisca per la celebrazione delle nozze. E qui pure è sorprendente come la razza indo-europea palesi la sua unità. Nell'India, in Grecia, in Germania si designava come tempo propizio alle nozze quello che passava fra l'equinozio d'autunno e quello di primavera, ma specialmente l'inverno.

Presso i Romani, secondo Macrobio[424], erano funesti alle nozze i quattro giorni dopo le calende, le none e le idi. Nella Francia medievale, si celebravano i matrimoni dopo il Natale[425].

In Italia, il maggior numero di matrimonii si fa in carnovale, o sia nell'inverno. Tra gli altri mesi dell'anno, si sfugge particolarmente il maggio, per il proverbio siciliano che dice: «La spusa majulina nun si godi la curtina», variante del proverbio latino che diceva: maio nubunt mala[426].

In Sicilia, si evita ancora il mese d'agosto, come nefasto per le nozze; uso superstizioso oggi, ma in origine fondato, senza dubbio, sovra alcuna ragione naturale.

In Persia tutti i tempi dell'anno son buoni per le nozze, eccetto il mese del ramazan, e i dieci giorni dell'Ashur, ne' quali si celebra la morte di Hussein.

Sovra i quali usi particolari nondimeno corre spesso l'uso generale del buon senso, il quale permette nozze a qualsiasi stagione dell'anno, ove la necessità lo porti; e vi è necessità, osserva l'indiano commentatore di Âçvalàyana, e pecca anzi quel padre che non riconosca una tale necessità, ogni qual volta ei «non mariti la figliuola, appena è diventata donna.»


III.
Il jus primæ noctis.

Dalle notizie de' viaggiatori italiani nelle Indie orientali raccogliamo come l'erede, nelle famiglie, non fosse già il primogenito, ma il secondogenito. Che il medesimo uso vivesse nel medioevo germanico lo raccogliamo dal Du Cange[427]. Quest'uso trae la sua origine dalla costumanza presso certi popoli, certe caste, certe famiglie di concedere il godimento della sposa per la prima notte non allo sposo, ma ad uno straniero; e questo straniero era un viaggiatore qualsiasi a Tarnassari, e un bràhmano nel Malabar[428]. In origine, dovea considerarsi come una pena l'esercizio di un tale diritto, poichè troviamo che nell'India il viaggiatore e il bràhmano non solo ne venivano pregati come di un favore, ma specialmente ricompensati.

Il figlio che ne nasceva, come spurio, non poteva ereditare; e, per lo più, se ne faceva un prete, come negli usi nostri si fa ordinariamente prete o frate il figlio di nobile che abbia poca sostanza da eredare. È da notarsi come nell'antica credenza vedica si supponeva che un demonio si nascondesse nella vergine, il quale ne venisse via col sangue[429]; è da ricordarsi ancora come i panni insanguinati si davano al prete, il quale solo, dicevasi, aveva ancora virtù di purificarli[430]; quindi si comprenderà, parmi, perchè lo sposo cedesse volentieri ad altri il suo posto per la prima notte.