Lo stesso uso viveva ancora in Europa nel medioevo; ma quello che, in Asia, facevasi dai preti, come per grazia e per mestiere, in Europa si continuò a fare dai medesimi e dai feudatarii, come per diritto finchè la pazienza de' sudditi potè reggere al sopruso. L'idea di purificare la sposa essendo scomparsa, rimaneva soltanto più la cura di pregustarla; gli sposi, resi accorti dell'inganno, e riconosciuta la iniquità della gravezza, si levarono contro i loro tiranni che in parte spensero, in parte obbligarono a desistere dalle loro nefande pretese, od a convertirle, almeno, in un tributo di danaro o di dono o di cibi. Non potendo o non volendo il signore partecipare al banchetto nuziale, delegava talora a rappresentarlo qualche suo servo con due cani[431].

Presso il Du Cange[432], troviamo numerosi esempii di feudatarii ed anche di vescovi che si usurparono nel medio evo un tale diritto, e si nota pure sull'autorità dell'Historia Sabaudiæ, come la stessa consuetudine, sotto il nome cazzagio, esisteva anche in Piemonte. Era mio debito adunque il rintracciare nelle nostre storie la presenza dell'uso; ed ecco quanto pervenni a raccogliere in proposito.

Quello che il Du Cange riferisce da Lattanzio intorno a Massimiano Galerio, pregustatore delle vergini spose, può essere un caso isolato di arbitrio sovrano, somigliante a quello di re Giovanni d'Aragona, il quale tuttavia dopo aver desiderata la vergine sposa del conte di Prata si decise a farla sua legittima moglie[433]. Ma ricorda un uso feudale inveterato la lega offensiva e difensiva fatta dalla comunità di Pergine con la comunità e città di Vicenza contro i signori di Castel di Pergine ed altri loro collegati, nell'anno 1166. Tommaso Gar, in una sua dotta memoria, che gli piacque modestamente intitolare: Episodio del medio-evo trentino[434], lo ha già rilevato: «Codesto stupido e ferino abuso, egli scrive, che offende la dignità umana nel sentimento più delicato, era stato assunto a quei tempi fra i diritti regali e non solamente si esercitava di fatto o nei casi più favorevoli redimevasi per danaro, ma figurava bruttamente anche nel gius pubblico di qualche estraneo principato ecclesiastico.»

Nel 1525, Pietro Buzzi venne arso vivo dai contadini di Nonci presso Roveredo, per avere usurpato il diritto d'uno sposo nella prima notte delle nozze. Il dottor Zecchini ci fa sapere che un uso simile vigeva nel medio evo presso i feudatarii del Friuli.

Quanto al Piemonte, mi aiutano a riscontrarlo alcune utili notizie che trovo sparse qua e là in un'opera di amena ed istruttiva lettura che va pubblicando ad Ivrea il signor Antonio Bertolotti[435]. Le cerimonie con le quali si compie tuttora il carnevale d'Ivrea, il più caratteristico fra quelli dell'alta Italia, alludono evidentemente ad una festa, per la morte di un feudatario, che voleva deflorare una vergine sposa, o sia riserbarsi il jus primae noctis. La tradizione fa del tiranno un marchese di Monferrato, il quale si rappresenta oggi ancora per mezzo d'un fantoccione, che viene fatto ardere, sovra un terreno zappato, ogni anno, dai più recenti sposi della parrocchia. Oltre i marchesi di Monferrato, sembrano avere usato del jus primae noctis, che il popolo oggidì stranamente chiama il diritto del fodro, forse per esprimere il diritto sovrano, il diritto del signore, anche i Conti di S. Martino a Vische, i conti Valperga a Castellamonte, i Tizzoni a Crescentino ed i Biandrate a san Giorgio. Per i Biandrate mi sembra una prova eloquente l'udire, per relazione del signor Bertolotti, come nella storia manoscritta di San Giorgio di Vitale Priè, l'autore, segretario comunale, ed anche, per qualche tempo, della stessa casa Biandrate, si adoperi a combattere la tradizione vigente in paese, secondo la quale anche quei feudatari si usurpavano il diritto della prima notte. Il popolo pazienta, ma non dimentica. Quei di Feletto poi sono oggi ancora canzonati per l'antico barbaro diritto che pesava sopra di loro, per la tirannide dei conti di San Martino di Rivarolo; e, pel nome di Feletto, sebbene filologicamente non sia da tenersene alcun conto, merita nota l'etimologia che il popolo gli attribuisce da flere, piangere. Le etimologie che il popolo trova per i suoi villaggi e le sue città, per quanto ridicole, rispetto al linguaggio, si riferiscono pure quasi sempre ad una tradizione storica, che ha un valore[436]. Il popolo sostiene che Feletto si chiamò dal pianto, perchè il feudatario usurpava ai mariti la sposa per la prima notte; nè io posso trovar più accettabile l'etimologia del signor Bertolotti, che fa piangere Feletto, per i danni recati dal fiumicello Orco. Io mi fido assai più, in questo caso, alla tradizione del volgo, per quanto Felectum non abbia niente di comune con flere. Nella memoria del popolo rimaneva un triste ricordo che la occupava tutta; per quel ricordo, volendo spiegarsi la sua origine, non seppe principiare altrimenti che da esso. Ed a chi consideri la monotonia della vita ne' villaggi non parrà strano che vi si rammentino per secoli le violenze patite, per causa d'insolenti signori, che vennero un giorno a turbare l'ordine e la pace uniforme delle famiglie.

Le vendette del popolo, quando pure esso riesca a vendicarsi, proporzionandosi ordinariamente al ricevuto insulto, noi possiamo dalla natura della vendetta argomentare quella dell'insulto. Molti de' feudatarii venivano dal popolo indignato offesi ne' genitali; è lecito argomentare che, per quelli, i tiranni avessero peccato. Un simigliante caso trovo ricordato, come avvenuto a Vische, ove i testimonii, secondo gli atti di quell'archivio comunale, e consultati dalla diligenza del signor Bertolotti, deponevano per un orrendo sfregio fatto ad una giovine sposa, ed ove il popolo rese al suo signore la pariglia[437]. E, secondo ogni probabilità, la rivolta canavesana, detta il tuchinaggio o tusinaggio[438], che quanto ci rimane ancora oscura, tanto merita di venire illustrata, ebbe principio dalla stancata pazienza de' mariti, sebbene più cause abbiano forse contribuito a riscaldarla. Chè, se la mediazione di Amedeo VI e VII di Savoia salvò dall'ira popolare molti signori, non consta che, sopita la ribellione, siansi dai signori rinnovati gli scandali antichi; ed i San Martino e i Tizzoni di Vische e Crescentino, che sul principio del secolo decimosesto probabilmente il tentarono, fecero misera fine tra le mani del popolo risollevato.


IV.
Il paraninfo e la pronuba.