Così pure la moscacieca, che si fa nell'Annoverese[22], per nozze, è diventata, in Piemonte, un giuoco da fanciulli, mentre vi scomparve dall'uso nuziale. Un fanciullo bendato deve, fra molte fanciulle, ritrovare la sua; se egli si sbaglia, diviene ridicolo a tutta la brigata.

In Piemonte, usa ancora un altro giuoco che si riferisce alle nozze. Esso rappresenta i doni da farsi alla sposa. I fanciulli stanno seduti in giro. Il capo-giuoco domanda a ciascuno di essi quello ch'essi sarebbero disposti a regalare alla sposa. I fanciulli rispondono, avendo cura di evitare, nella descrizione dell'oggetto ch'essi destinano alla sposa, la lettera r. Ove si sbaglino, lasciano nelle mani del capo-giuoco un piccolo pegno da riscattarsi, in fin di giuoco, per mezzo di una penitenza. Particolarmente le fanciulle, nella minuta descrizione degli oggetti per la sposa, mostrano una sollecitudine tutta amorosa; i loro occhietti si animano e brillano quanto vorrebbero far brillare le stupende vesti delle quali intendono regalare liberalmente la loro sposa.

In Toscana usa il giuoco del verde[23]; piace agli innamorati; chi perde, in questo giuoco, perde spesso l'amore; poichè per il damo e per l'amata è segno d'obblio, di disprezzo, il non trovare il verde nelle mani di chi ama. I bambini lo fanno volontieri coi vecchi che hanno altri pensieri pel capo, sapendo come sogliono rimediare con doni alle patite sconfitte; gli amanti maliziosi, nel principio de' loro timidi amori, mettono volentieri, per condizione, un bacio che chi perde deve dare o lasciarsi dare da chi ha vinto; gli amanti inoltrati invece s'insospettiscono, diffidano, s'adirano, si allontanano talvolta, per la sola cagione del verde dimenticato[24]. L'uso tuttavia va in disuso; ed è a prevedersi che resterà, col tempo, un solo giuoco da fanciulli, finchè alla loro volta i fanciulli, per la cresciuta serietà de' tempi, diventati serii, non ismettano anch'essi di giuocare.

Ho inteso che in Grecia gli innamorati dividono per mezzo una foglia di platano, la quale devono rimettere insieme quando si ritrovano.


III.
Pronostici.

La funzione più importante della vita è il matrimonio; occorre quindi averlo propizio; le stelle, il cielo, la sorte, il destino si invocano come augurii. La fanciulla incomincia a sottintendere ch'ella non può mancare di maritarsi. Ma quando gli amanti si fanno desiderare ella sa il modo di attirarli a sè e di vincerli.

Nell'India[25] e in Grecia v'erano formole per far nascere l'amore e per far arrivare lo sposo. Nell'India, la fanciulla le recitava sopra una pelle di vacca tentando il suo destino. Queste formole usano pure nella Germania meridionale[26]; la giaculatoria ha la virtù di destare l'amore nella persona indifferente che si ama[27]. Nato l'amore, chi ne è posseduto diventa furioso. La Venere ellenica si vendicava spesso così de' ribelli al suo potere; e le streghe del medio evo avevano mille maniere d'unguenti e di incantamenti per muovere la passione d'amore o allontanarla. Nelle nostre novelline non di rado l'eroe è acceso, per erba o bevanda che gli passarono le streghe, da subita passione per altra donna che non sia quella che egli ama.

Posta la necessità di un marito, bisogna sapere di qual parte egli verrà, e quale sarà la sua condizione, e quando e dove si faranno le nozze. Ora, con la rovina di Delfo non rovinarono tutti gli oracoli; le nostre fanciulle ne conoscono parecchi i quali, a senso loro, non possono sbagliare; e, poichè la sorte è quella che deve decidere, esse la tentano in ogni onesta maniera. A Roma i due iddii Pilummo e Picummo, secondo Nonio Marcello, presiedevano anticamente agli auspicii per nozze; e in Toscana, era l'uso di digiunare, per assicurarsi un felice matrimonio[28].

In Grecia ed in Roma si pigliavano pure augurii per nozze da parecchi uccelli. Rileviamo da Plutarco che i Greci consultavano, per sapere se la fidanzata sarebbe stata sposa fedele, le cornacchie, le quali gracchiando fanno ingiuria alla castità di Penelope, che, per una sola vita, attese il marito assente, quando invece esse, morto il marito, rimangono vedove per nove intiere generazioni; le cornacchie erano sacre anche in Roma a Giunone Dea delle nozze, onde abbiamo da Festo che al di là del Tevere vi era un luogo sacro ad esse, detto perciò corniscarum divarum locus[29]. Plinio ci fa ancora sapere che una specie di sparviere detto Egituo, zoppo d'un piede, era di ottimo augurio per le nozze[30]. Ma già fin dai tempi di Cicerone, che ne fa motto nel suo trattato De divinatione, i riti augurali si erano smessi nelle nozze, ed erano solo rimasti gli auguri come mediatori e testimoni delle cerimonie nuziali[31]; questi auspici delle nozze sono ancora ricordati da Giovenale e da Lucano.