—Sono una sciagurata. Nessuno mi ha compatita, quando sono caduta. Nessuno mi ha aiutata a rialzarmi. A ogni sforzo che ho fatto, mi son sentita ricacciar giù e calpestare. E adesso ho paura: ho paura che anche voi vogliate fare così!
Io protestai che sarebbe stata un'infamia—con un tono stridulo che risvegliò in me, acuendolo, un disgustoso senso di avversione a me stesso.
—È il desiderio che vi offusca la mente. Domani, quando vi ridesterete, vi sentirete il cuore secco come una pietra. Lo so. Lasciatemi. Non prendetevi giuoco di me.
Allora una nuvola di tenerezza passò sul mio spirito velando a' miei occhi lo spettacolo della mia vergogna.
—Povera creatura tormentata!—esclamai.—Come potrei abbandonarvi? E poichè la mia voce uscì ammollita di pianto io pensai, commosso, che forse ero stato sincero,
—Sono appena quaranta giorni—ripigliò ella soffocata dall'ambascia—che ho giurato sulla memoria del mio povero padre di non credere più a nessuno. Prima di credere un'altra volta volevo morire. Ed ora ecco la mia forza, ecco la mia forza! Ho detto a mia madre che andavo a trovare la zia, quando sono uscita. Essa s'è spaventata. Mi ha gridato:—Bada a te!—Se sapesse che sono qui, guai!
Tacque sorridendo; e nel sorriso la bocca le si schiuse, fresca come una corolla di fiore sbocciato appena.
Allora io sentii sciogliersi i lacci che trattenevan l'onda della mia passione; e mi buttai perdutamente a baciarla sulle labbra e sugli occhi mentr'ella prorompeva in una lunga risata cristallina.
—Andiamo!—imploravo io.
Ella rideva ancora, con gli occhi socchiusi, offrendomi la bocca. Ma a un mio morso sussultò tutta tra le mie braccia, arrovesciò il capo e mise un suono inarticolato ch'era invito e promessa, fremito e spasimo di piacere.