La vezzosa testa china ricca di capelli fini, le mani che slacciavan convulse il corpetto e il busto, l'onda del seno che traboccava, e i colpi de' nostri cuori anelanti, in quel silenzio di tomba: che terribili cose!

Ella era stata sublime, nelle furie della voluttà.

S'era abbandonata a tutti i rapimenti, a tutte le demenze. Mi aveva insegnate le più riposte e più squisite vie del piacere. M'aveva d'un colpo spalancato le porte d'un paradiso di delizie di fuoco. E m'avea visto, trasfigurato dall'estasi, bere a lunghi sorsi, con avidità feroce, alla coppa raccolta nelle sue mani.

Sull'alba io me n'era venuto via carico di sbalordimento e di stupore.

Ma già l'indomani, a una certa ora del pomeriggio, il desiderio era inaspettatamente resuscitato in me, e m'aveva riafferrato, co' suoi mille tentacoli.

La sera avevo rifatto quella strada, ed ero tornato a picchiare a quell'uscio, come un affamato.—Era stata un'orgia più bieca e più cupa della prima: e tuttavia non m'aveva saziato.

«Forse—pensavo—la vita è troppo breve, per votare intera la coppa.»

Ma intanto un vago senso di malessere aveva incominciato—inavvertito—a strisciare e pesare dentro di me. E si era fastidiosamente aggravato ogni volta che noi ci eravam concessi un po' di tregua e la derelitta m'aveva scoperto un lembo dell'anima sua.

Gemendo, singhiozzando, ella m'aveva raccontato il suo gramo passato.

Aveva evocata la figura di suo marito: la persona slanciata coronata da una bella testa di poeta—diceva lei—due occhi neri come carboni, e dei capelli inanellati, neri e lucenti anch'essi.