Nulla, nulla pareva potesse mai ammorzar quella febbre, spezzar quella catena.
E invece!
Dopo quindici mesi, una bambina era nata.—Tutta lui, negli occhi azzurri come la marina, e nei capelli biondi, fini come fili di seta: una bellezza. Egli le aveva imposto il nome di sua madre, e l'aveva data a balia a un paesello della valle di Taggia: tanto le si era sentito legato.
Ma quando la difterite se l'era portata via, tutto s'era rapidamente mutato, tutto s'era sfasciato. Egli s'era allontanato per gettarsi nelle braccia d'una ballerina. Fiori, ori, gioielli: cosa non le aveva deposto a' piedi? E lui, vile, ardiva negare! E faceva delle scene di gelosia, lui che cercava i pretesti per abbandonarla! Inventava di sana pianta delle storie di tradimenti, e gliele rinfacciava come se fossero verità vive e parlanti.
E se ella piangeva, se si disperava, se gridava ch'era la fine, egli si rivoltava: «Sono sazio di queste tue commedie!»
Era sazio infatti: sazio di lei e del suo tenace amore. Sentiva la catena pesare, e voleva liberarsi.
Ed ella lo aveva liberato. Se n'era tornata a casa più morta che viva, un mattino d'inverno.
E non aveva nemmeno avuta la consolazione di stringersi al petto le sue due bambine, poichè la zia, inferocita, se l'era ritirate presso di sè fin dal principio della relazione. Non aveva nemmeno potuto sfogarsi con sua madre, giacchè essa le si era lanciata sopra per cavarle gli occhi. L'aveva vilipesa, l'aveva pestata, le avea gridato:—Meritavi peggio!
E non le avea lasciato requie, da quel giorno.
Sempre a morderla e flagellarla con ogni sorta di rimbrotti, d'improperi, d'infamie. E a smunger denari per appagar le voglie della sua gola!