Ma un tale ragionamento ed altri simili che andavo facendo, non raccoglievan altro effetto che quello di rivelar meglio a' miei occhi le mie occulte vergogne.

In verità un senso di scontentezza e di disgusto aveva sempre ondeggiato in me ogni volta che m'ero strappato alle braccia della misera. Un fastidioso fumo d'inquietudine aveva sin da' primi giorni turbato e offuscato il mio spirito.—Ed ora io non poteva appuntare il pensiero nell'enigma dell'avvenire senza che una paura di abisso mi agghiacciasse le reni. E mi rodevo, e mi struggevo, rievocando involontariamente le memorie del mio antico passato: un passato puro e immacolato come la vita di un fiore. La vista, così dolce un tempo, di quella casa, di quel terrazzo, di que' luoghi che avevano assistito allo sbocciare della mia giovinezza felice, mi riempiva ora di amarezza; gli occhi di mio fratello, quegli occhi che si posavan su me timidamente, e mi accarezzavan affettuosamente inquieti, e m'interrogavan muti e dolenti,—e le parole, quelle rare parole rotte con cui egli trepidando tentava sollevare il velo del segreto che mi circondava,—tutto ciò mi premeva, mi pungeva, mi trafiggeva. Schiaffi roventi eran quelli sguardi, quelle parole, quelle carezze, poi che non eran più per me, ma per un altro che da me era esulato, per l'antico fratello, compagno d'innocenza e di candore.

Allora io assumeva un'aria quasi ostile. Fremente di dispetto e d'indignazione, mi levavo d'avanti a Giovanni, con un gelido saluto, e mi rifugiavo nel mio studio.

Ma nella solitudine e nel raccoglimento il tormento diventava più penoso e più acuto. Qualche carta abbandonata che serbava, incompiuta, la traccia luminosa d'un pensiero d'arte e di poesia anelante, ebbro d'azzurro, all'Alto; qualche libro nella cui lettura mi solevo beare come in un divino lavacro ideale, e che aveva dischiuso agli occhi della mia mente stupita ed avida nuovi orizzonti e nuovi cieli, che aveva mantenute deste e rinvigorite le mie nobili energie, e mi aveva insegnato il desiderio e la visione d'un'Arte eccelsa, grande e serena,—tutto insorgeva unanime contro di me, e mi accusava.

—È necessario—gridai a me stesso togliendomi di schianto alle riflessioni in cui m'ero sprofondato passeggiando sul terrazzo un di quei giorni—è necessario che questo abbia fine!

Salii risoluto le scale, entrai nello studio, afferrai la penna, e le scrissi.—Le confessai che fino a ieri l'avevo vilmente ingannata. Che non l'avevo amata, che non l'amavo, che non potevo amarla. Che la mia coscienza si riscoteva ora dal suo obbrobrioso torpore, e m'imponeva di troncare la relazione. Io non poteva nè voleva esitare ad obbedire. Addio. Mi dimenticasse. Mi perdonasse, se potesse. Fino a ieri l'avevo vilipesa. Da oggi incominciavo a stimarla e a rispettarla.

Tutta la notte non chiusi occhio. Aspettai la risposta sudando freddo, come il reo che aspetta la sentenza. E la risposta venne: ma tutt'altra da quella ch'io m'era immaginata. La derelitta non inveiva nè implorava: si rassegnava con repressa amarezza, incolpando sè e l'avverso destino!

Io bagnai di lagrime di riconoscenza, di rimorso e di umiliazione quelle parole che in luogo di condannarmi mi proscioglievano e mi restituivan la mia libertà e la mia dignità d'uomo. E mi riconsolai pensando la nuova vita che mi si apparecchiava; e giubilai, guardandomi attorno. I libri dagli scaffali, i ritratti dalle pareti sorridevano di compiacimento; gli ulivi che sormontavan con le cime nel vano della finestra annuivan con cenni di consenso e di augurio: uno spirto di pace di serenità e di letizia rinnovellate brillava in grembo all'aria e sulle cose, circonfondendole di un inusitato fascino di poesia e di bellezza.—Oh la tenerezza appassionata che inumidiva certi primi sguardi, che vibrava in fondo a certe prime parole susurrate con Giovanni nella quiete solinga ombrosa del terrazzo, come a un convegno di innamorati che si riconciliano! E il sottile squisito diletto di riaprir certi libri su cui la polvere e l'obblio s'erano a lungo posati; la commozione del vedere a certe letture inaspettatamente risorgere, quasi per opera di magia, una cara folla di idee, di sentimenti, di immagini, di affetti legati ad un dolce passato di cui tutto credevamo perito in noi, persino il mesto ricordo! E la impetuosa concitata gioia dell'ascendere e toccar col pensiero le aeree vette dell'Ideale, per lanciare di lassù uno sguardo vittorioso e superbo alla misera vita vana ed effimera brulicante nelle brume del piano!

Lunghe ore rimanevo così seduto innanzi alla finestra del mio studio spalancata, o sul sedile di pietra del terrazzo, ora assorto nella contemplazione delle grate visioni interiori, ora in quella della natura esterna che mi attirava e mi soggiogava con le sue ineffabili grazie.

Lasciavo lentamente errare lo sguardo pel giardino intorno irrorato dalla rosea luce del vespero, o su per la linea ondulata de' ceruli monti lontani incoronati dalla gloria del sole che loro cadeva alle spalle, o su per l'ampia distesa della marina che s'increspava a quell'ora e si popolava di vele che venivan giù gonfie, in braccio al ponente.