Libero ormai dalla imbarazzante soggezione della presenza di Giovanni, non diventava io padrone di me? Quali ostacoli avrebbero avuto forza di arrestarmi o solo un poco trattenermi sulla ruinosa china fiorita? Il mio scialbo sogno di purezza, di dignità, di pace! Che cosa valeva, che cosa poteva esso più di fronte alla realtà fiammeggiante di quel paradisiaco bagno di piacere, il cui pensiero bastava a mettere in tumulto tutto il mio sangue?
Silenzioso come uno spettro scivolai per la lunga scala, attraversai il giardino e uscii, fingendo di non udir la voce di Giuseppe che dall'alto del terrazzo mi richiamava per la cena.
Laggiù trovai la stradicciuola già buia. Il grillo che strideva ancora, su per la ripa nera. Il mare che suggeriva oblique lascivie, leccando la spiaggia supina con guizzi di voluttà impudici rilucenti nell'ombra.
D'un colpo un vento di delirio m'investì e mi squassò; una fitta benda mi calò sugli occhi.
In capo al muricciuolo m'era apparsa la figura di lei, immota, curva ad aspettare.
Ma presto cadde la benda. Non era lei. Era una figura maschile: un giovane, forse.
—Scellerata!—pensai. E un'ondata di sangue mi montò al cervello.—Cosa oserai rispondere quand'io ti intimerò:—Non mentire! Con questi occhi ho veduto!—?
La libidine della carne si mescolava a quella dell'oltraggio: a vicenda si rinfocolavano, nel satanico connubio.
Appena svoltato, gettai avidamente uno sguardo al breve tratto di strada che mi separava dalla casetta, e alle finestre. E provai una gioia amara nel veder tutto deserto, tutto buio.
In punta di piedi mi spinsi fino al memore cancelletto che tante volte aveva cigolato al mio passaggio,—e chiamai: