Il forestiero, che si chiamava Valancourt, si fermò il primo per dire qualche cosa alla sua albergatrice. L'alloggio ch'essa aprì non somigliava punto a tutti quelli che fin allora avevan veduti. La buona donna impiegò tutte le sue premure nell'accoglier bene i viaggiatori, ed essi furono costretti di accettare i due soli letti che si trovassero in quella casa. Ova e latte erano il solo cibo che potesse offrire, ma Sant'Aubert aveva provvisioni, e pregò Valancourt di cenare con loro; l'invito fu benissimo accolto, e la conversazione si animò. La franchezza, la semplicità, le idee grandiose ed il gusto per la natura che mostrava di aver il giovane, incantavano Sant'Aubert. Egli aveva detto spesso che quest'interesse per la natura non poteva esistere in un'anima che non avesse gran purità di cuore e d'immaginazione.

I discorsi furono interrotti da un violento tumulto, in cui la voce del mulattiere cuopriva tutte le altre. Valancourt si alzò per saperne il motivo, e la disputa durò tanto, che Sant'Aubert perdè la pazienza e uscì egualmente. Michele altercava coll'albergatrice, perchè essa proibivagli d'introdurre i muli nella stalla, che gli aveva permesso di dividere co' suoi tre figli; il sito non era molto bello per verità, ma non eravi nulla di meglio, e, più delicata dei suoi conterranei, essa non voleva che i figli dormissero nella medesima stanza coi muli. Valancourt riuscì finalmente a pacificar tutti. Pregò l'albergatrice di lasciare la stalla al mulattiere ed ai suoi muli; cedè ai di lei figli le pelli stategli preparate per riposarsi, e l'assicurò che, avvolto nel mantello, avrebbe passato benissimo la notte su di una panca vicino alla porta. La buona donna non voleva accettare simile accomodamento, ma Valancourt insistè tanto, che questo grande affare terminò così.

Era tardi, quando Sant'Aubert ed Emilia si ritirarono nelle loro stanze; Valancourt restò dinanzi alla porta. In quella bella stagione preferiva siffatto posto ad una stanzuccia e ad un letto di pelli. Sant'Aubert fu alcun poco sorpreso di trovare nella camera Omero, Orazio ed il Petrarca, ma il nome di Valancourt scritto su quei volumi, glie ne fece conoscere il possessore.


CAPITOLO IV

Sant'Aubert si svegliò di buonissim'ora; il sonno l'aveva ristorato, e volle partire subito. Valancourt fece colazione con lui, e narrò che pochi mesi prima era stato fino a Beaujeu, città grossa del Rossiglione, e Sant'Aubert, dietro suo consiglio, si decise di prendere quella direzione.

« La scorciatoia, e la strada che conduce a Beaujeu, » disse il giovane, « si uniscono alla distanza di una lega e mezza di qua: se volete permetterlo, posso dirigervi il vostro mulattiere; bisogna ch'io passeggi, e la passeggiata che farò con voi, vi sarà più gradita di qualunque altra. »

Sant'Aubert accettò la proposta con grato animo; partirono insieme, ma il giovine non volle acconsentire di entrare nella carrozza. La strada alle falde de' monti percorreva una valle ridente splendida per verzura e sparsa di boschetti. Numerosi armenti vi riposavano all'ombra delle quercette, dei faggi e de' sicomori; il frassino e la tremula lasciavan ricadere le fronzute punte de' rami sulle aride rocce; un po' di terra appena ne ricopriva le radici, ed il più lieve soffio ne agitava tutti i rami.

Ad ogni ora del dì vi s'incontrava gente. Il sole non compariva ancora, e già i pastori guidavano una immensa mandra a pascere su pe' monti. Sant'Aubert era partito assai presto per godere della vista del sorger del sole e respirare l'aura pura mattutina, tanto proficua a' malati, e che dovea esserlo specialmente in quelle regioni ove la copia e varietà delle piante aromatiche la impregnavano della più soave fragranza.

La leggera nebbia che velava gli oggetti circostanti dileguossi a poco a poco, e permise ad Emilia di contemplare i progressi del dì.