Tutti quegli zingari preparavano la cena. Una larga caldaia stava sul fuoco, e parecchie persone occupavansi ad empirla. Lo splendore della fiamma faceva scorgere una specie di rozza tenda, intorno alla quale giuocherellavano alla rinfusa ragazzi e cani. Il tutto formava un complesso veramente grottesco. I viaggiatori sentivano il pericolo. Valancourt taceva, ma mise la mano sur una delle pistole di Sant'Aubert, il quale, fatto altrettanto, fece avanzare il mulattiere. Passarono nondimeno senza ricevere insulti. I ladri non s'aspettavano probabilmente a tale incontro, ed occupavansi troppo della cena per sentire allora tutt'altro interesse.

Dopo un'ora e mezza di cammino nella più profonda oscurità, i viaggiatori arrivarono a Beaujeu e smontarono al solo albergo che vi fosse, e che, sebbene molto superiore alle capanne, non cessava però di essere cattivo.

Fu fatto venire immediatamente il chirurgo della città, se tuttavolta si può dar questo nome ad una specie di maniscalco, che curava uomini e cavalli, e che in caso di bisogno, faceva anche da barbiere. Esaminò il braccio di Valancourt, e avendo riconosciuto che la palla non era penetrata nelle carni, lo medicò e gli raccomandò il riposo; ma il paziente non era in verun modo disposto ad obbedirlo. Il piacere di star meglio era succeduto all'inquietudine del male; chè ogni godimento diviene positivo quando contrasta con un pericolo. Valancourt aveva riacquistate le forze, e volle prender parte alla conversazione. Sant'Aubert ed Emilia, liberi da qualunque timore, erano di una singolare allegrezza. Era già tardi, e Sant'Aubert fu costretto di uscire col locandiere per andar a cercare qualche cosa per la cena. Emilia, nell'intervallo, si assentò anch'essa sotto pretesto di mettere in ordine alcune sue cose; trovò l'alloggio meglio disposto di quello che credea e quindi tornò a raggiugnere Valancourt. Parlarono delle vedute scoperte in quel giorno, dell'istoria naturale, della poesia, e finalmente del padre d'Emilia la quale non poteva parlare o sentir parlare, se non con gioia, d'un soggetto tanto caro al suo cuore.

La serata passò piacevolmente, ma siccome Sant'Aubert era stanco, e Valancourt soffriva ancora, si separarono subito dopo cena.

La mattina seguente, Valancourt aveva la febbre, non aveva dormito e la sua ferita era infiammata: il chirurgo, che venne a visitarlo di buon'ora, lo consigliò di restar tranquillo a Beaujeu. Sant'Aubert aveva pochissima fiducia nei di lui talenti; ma avendo inteso che non se ne poteva trovare uno più abile, cambiò il suo piano, e risolse di aspettare la guarigione del malato. Valancourt parve cercar di dissuadernelo, ma con più garbo che buona fede. La sua indisposizione trattenne i viaggiatori per più giorni colà. Sant'Aubert ebbe luogo di conoscere i di lui talenti ed il suo carattere, con quella precauzione filosofica, che sapeva tanto bene impiegare in tutte le circostanze. Conobbe un naturale franco e generoso, pieno di ardore, suscettibile di tutto ciò ch'è grande e buono, ma impetuoso, quasi selvaggio ed alquanto romanzesco. Valancourt conosceva poco il mondo; avea idee assennate, sentimenti giusti; la sua indignazione, come la sua stima si esprimevano senza misura, nè riguardi. Sant'Aubert sorrideva della sua veemenza, ma la reprimea di rado, e diceva fra sè: — Questo giovine, senza dubbio, non è mai stato a Parigi. — Un sospiro succedeva a queste riflessioni: egli era deciso di non lasciar Valancourt prima del suo pieno ristabilimento, e siccome esso era allora in istato di viaggiare, ma non a cavallo, Sant'Aubert l'invitò ad approfittar qualche giorno della sua carrozza. Avendo saputo che il giovine era d'una famiglia distinta di Guascogna, il cui grado e la considerazione erangli ben noti, la sua riserva fu meno grande, e Valancourt avendo accettato l'offerta con piacere, ripresero tutti insieme la strada che conduceva al Rossiglione.

Viaggiavano senza sollecitarsi, fermandosi quando il sito meritava attenzione; s'inerpicavano spesso sopra alture, cui non potevan giugnere le mule; smarrivansi tra que' dirupi, coperti di lavanda, di timo, di ginepro di tamarindo, e protetti da ombre antiche; una bella vista entusiasmava Emilia, superando le maraviglie della più fervida imaginazione. Sant'Aubert si divertiva talvolta ad erborizzare, mentre Emilia e Valancourt attendevano a qualche scoperta: il giovane le faceva osservare gli oggetti particolari della sua ammirazione, e recitava i più bei passi dei poeti italiani o latini cui essa prediligeva. Nell'intervallo della conversazione, e quando non era osservato, fissava gli sguardi su quel leggiadro volto, i cui lineamenti animati indicavano tanto spirito ed intelligenza: quando parlava in seguito, la dolcezza della sua voce palesava un sentimento cui cercava invano di nascondere. Grado grado, le pause ed il silenzio di lui divennero più frequenti: Emilia mostrò molta premura d'interromperli: essa fin allora così riservata, parlava del continuo, ora dei boschi, ora delle valli, ora dei monti, anzichè esporsi al pericolo di certi momenti di silenzio e di simpatia.

La via di Beaujeu saliva rapidissimamente: ei si trovarono in mezzo a' più eccelsi monti; la serenità e purezza dell'aere, in quell'alte regioni, entusiasmavano i tre viaggiatori; l'anima loro ne pareva alleggerita, ed il loro spirito diventato più penetrante. Ei non avevano parole ad esprimere emozioni tanto sublimi, quelle di Sant'Aubert ricevevano un espressione più solenne: le lagrime irrigavangli le guancie, e camminava in disparte. Valancourt parlava tratto tratto per attirar l'attenzione di Emilia; la limpidezza dell'atmosfera che lasciavale distinguere tutti gli oggetti, ingannavala talvolta, e sempre con piacere. Essa non poteva credere sì lunge da lei ciò che parevale così vicino; il silenzio profondo della solitudine non era interrotto se non dal grido delle aquile svolazzanti per l'aere, e dal sordo rumoreggiar de' torrenti in fondo degli abissi. Di sopra ad essi la splendida volta de' cieli non era oscurata da nube alcuna, i vortici di vapore sostavano in grembo a' monti, il loro rapido movimento velava talvolta tutto il paese, e tal altra scoprendone parte, lasciava all'occhio alquanti momenti d'osservazione. Emilia, estatica, contemplava la grandezza di quelle nubi che variavano forma e tinte; ne ammirava l'effetto sulle sottostanti contrade cui davano ad ogni istante mille nuove forme.

Dopo aver viaggiato così per parecchie leghe, cominciarono a scendere nel Rossiglione, e la scena che si svolse spiegava una bellezza meno aspra. I viaggiatori rammaricavano gli oggetti imponenti cui stavan per abbandonare. Benchè stancato da que' vasti aspetti, l'occhio riposava gradevolmente sul verde de' boschi e de' prati; il fiume che irrigavali la capanna sotto l'ombra de' faggi, i giulivi crocchi de' pastorelli, i fiori che adornavano i clivi, formavano insieme uno spettacolo incantevole.

Scendendo, riconobbero uno de' grandi varchi de' Pirenei in Ispagna: i fortilizi, le torri, le mura, ricevevano allora i raggi del sole all'occaso; le selve circostanti non avevano più se non un riflesso giallastro, mentre le punte de' dirupi tingeansi ancora di rosa.

Sant'Aubert guardava attento senza scoprire la piccola città indicatagli. Valancourt non poteva informarlo della distanza, non essendo mai ito tant'oltre; pur iscorgevano una strada, e doveano crederla diretta, giacchè dopo Beaujeu non avean potuto smarrirsi da alcuna parte.